Italia femminile, i metri non bastano: cosa raccontano sei partite
Fisicità, conquista, sostegno e organizzazione difensiva

Dal Sudafrica agli USA: perché il confronto fisico va letto insieme a conquista, sostegno e organizzazione difensiva.
526 metri contro 334. Eppure l’Italia femminile, nella partita con il Sudafrica del 26 settembre, ha perso 29-41. Sono i metri registrati da Rugby Australia nelle portate delle due squadre. Non cancellano le difficoltà azzurre nei contatti, ma indicano che avanzare con il pallone e ottenere punti sono due questioni diverse.
La fisicità è tornata al centro delle discussioni dopo le due sconfitte negli Stati Uniti. Le ultime sei partite dell’Italia femminile offrono qualche elemento per affrontare l’argomento con maggiore precisione: due vittorie e quattro sconfitte, tra il 9 maggio e il 24 ottobre. Le prime due gare appartengono alla gestione di Fabio Roselli, le successive quattro a quella di Plinio Sciamanna. È un campione ristretto e attraversa due cicli tecnici.
Più metri per portata, non per forza più efficacia
Nei quattro incontri per cui sono disponibili dati omogenei di Rugby Australia, il rapporto fra metri e portate è sempre superiore per l’Italia: 4,83 contro 3,20 con il Galles; 3,69 contro 2,19 con il Giappone; 5,60 contro 3,63 con il Sudafrica; 4,09 contro 3,56 contro gli USA a Mansfield. Inghilterra e Nashville non rientrano in questa comparazione perché manca una serie verificata con lo stesso criterio.
È un risultato interessante, ma non misura le collisioni vinte. Una corsa nello spazio contribuisce alla media come una portata affrontata da una difesa già schierata. E quei metri dicono poco su quello che accade subito dopo: pallone lento, sostegno in ritardo, errore alla conquista o nuova occasione d’attacco.
Contro il Sudafrica, per esempio, l’Italia ha vinto il 60% delle proprie touche, contro l’85% delle avversarie. Rugby Australia registra anche due maul vinte dalle Azzurre e dieci dalle sudafricane. Si può produrre molto terreno e ritrovarsi senza un pallone utile proprio vicino alla linea di meta. Lì gli spazi si chiudono e la qualità della conquista e delle fasi successive pesa ancora di più.
Dove la difesa perde terreno
A Mansfield gli Stati Uniti hanno effettuato 182 portate, l’Italia 126. Le Azzurre hanno effettuato 200 placcaggi contro i 153 delle Eagles, secondo Rugby Australia. Sono cifre che raccontano la quantità di lavoro difensivo, non da sole la qualità di ogni intervento.
A Nashville, nel 54-24 del 24 ottobre, tutte e otto le mete statunitensi sono state segnate da giocatrici di mischia: tre da Freda Tafuna, due da Keia Mae Sagapolu-Senele, le altre da Lauryn Carlton, Georgie Perris-Redding e Kate Zackary. Questo è un dato di tabellino. Per stabilire come si sia creata ogni occasione occorre ricostruire le sequenze, non limitarsi a guardare chi ha schiacciato il pallone.
Il primo placcaggio è un passaggio cruciale. Una difendente può portare a terra la portatrice, ma concederle prima diversi metri. Se dalla ruck esce un pallone rapido, la linea difensiva deve arretrare e riallinearsi mentre l’attacco prepara già la portata successiva. Il placcaggio risulta riuscito; il vantaggio territoriale, però, resta alle avversarie.
L’Italia sa anche imporre il proprio avanzamento. A Cardiff, nella vittoria 43-24, il Galles ha segnato con Kelsey Jones da maul alla fine del primo tempo. Al 47’ Francesca Sgorbini ha risposto con una maul avanzante azzurra. Nella stessa partita Elisa Giordano è stata determinante in diversi recuperi nel breakdown, come segnala il resoconto del Sei Nazioni. Sono episodi che impediscono di raccontare le Azzurre come una squadra incapace di competere nel contatto.
La forza conta, ma non lavora da sola
La ricerca scientifica mostra che il rugby femminile internazionale sta cambiando. Uno studio di Fuller e Taylor sui Mondiali dal 2010 al 2025 rileva un aumento significativo della massa media delle avanti. Un lavoro di Woodhouse e colleghi, condotto sui contatti di 16 partite internazionali di una Nazionale d’élite, considera però anche velocità d’ingresso, direzione del contatto, azione delle gambe e sostegno delle compagne. Sono risultati riferiti ai rispettivi campioni, non una diagnosi automatica delle sconfitte italiane.
Per l’Italia il punto è verificare due momenti precisi: quanto del terreno guadagnato sopravvive alla fase successiva e quanto riesce a rallentare il pallone avversario già al primo placcaggio. Le sei partite indicano dove cercare. Per stabilire quanto dipenda dalla forza, dalla tecnica o dall’organizzazione servirà studiare le azioni una per una, senza trasformare una sola statistica in un verdetto.