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Foto Vito Ravo
Foto Vito Ravo

Non nella Serie A Élite dove hanno giocato per quindici anni, vinto uno scudetto e raggiunto più semifinali, ma in Serie A. Il titolo sportivo del Rugby Colorno femminile, dopo la rinuncia della società all'iscrizione in Élite, è stato assegnato tramite FIR al Forum Iulii, la franchigia friulana che il 17 maggio aveva disputato la finale promozione contro il Volvera Rugby (già promosso di diritto), persa 35-27. L'accesso a quella finale, però, non è arrivato da un percorso di puro merito sportivo: è stato reso possibile dall'applicazione del regolamento, dopo che altre squadre (le Linci di Milano) non hanno potuto accedere alla fase decisiva per requisiti non soddisfatti. Anche l'assegnazione del titolo Élite al Forum Iulii, dunque, nasce da una norma applicata correttamente, non da una conquista lineare sul campo.

Come si è arrivati qui

Il settore femminile del Rugby Colorno nasce da un piccolo gruppo di fondatrici, una decina di anni fa, che si allenava dove poteva — anche nell'area di meta di un campo prestato da altri. Da lì è cresciuto un vivaio capace di portare in Nazionale oltre venti giocatrici, sostenendosi per anni con gli strumenti di una vera economia di sopravvivenza: quote mensili versate di tasca propria, bancarelle organizzate per raccogliere fondi, palestre esterne pagate quando la struttura del club non bastava. Negli anni il settore femminile a Colorno è cresciuto, creando un sistema che accoglieva ragazze da tutta Italia, allenate da uno staff tecnico e atletico di altissimo livello. 

A marzo il settore maschile della stessa società si era già ritirato dalla Serie A Élite per difficoltà economiche, indicando tra le priorità da tutelare il settore femminile e le giovanili. Tre mesi dopo, quei settori hanno chiuso comunque, femminile compreso.

Le giocatrici, diventate note come Furie Rosse, hanno passato tre mesi a cercare una soluzione regolamentare con l'aiuto di avvocati: prima la cessione del titolo sportivo (articolo 5 del Regolamento Organico), bloccata perché nessuna società può accollarsi le pendenze di quella cedente; poi la riassegnazione del titolo secondo il comma 7 dello stesso articolo, che richiedeva la rinuncia di una società di Serie A territoriale in favore del progetto Rugby Parma F.C. 1931. Il 25 giugno la FIR ha riunito le società di Serie A femminile per condividere il progetto. Non c'è stata unanimità, e il 27 giugno l'Ufficio Attività Femminile ha comunicato alle società che il progetto non sarebbe arrivato al Consiglio Federale. Un mese più tardi, la strada che si è concretizzata è stata comunque quella dell'adozione da parte della società parmense, con l'iscrizione in Serie A anziché in Élite.

Elisa Bonaldo, veterana
Foto Vito Ravo

Il costo umano di una decisione regolamentare

Dietro la vicenda burocratica c'è un gruppo di una trentina di giocatrici, tra i 19 e i 35 anni, arrivate da tutta Italia. Diverse hanno cambiato città per continuare a giocare in Élite, cercato lavoro a Parma, allenato i bambini del minirugby, servito ai tavoli della club house per sostenersi. Alcune hanno contratti di studio o di lavoro legati proprio a quella città. Con il nuovo assetto, la casa a Parma resta — ma il livello di campionato si abbassa, ed è esattamente ciò che le giocatrici stesse, nel loro comunicato, dicevano di temere: alcune, comprese atlete Under 18, stanno valutando se continuare.

Chi resta, chi parte

Delle giocatrici delle ultime due stagioni, sono in tredici a restare a Parma: per motivi di lavoro, studio o università, non possono spostarsi altrove. Tra loro Elisa Bonaldo (foto) e Isabella Locatelli, entrambe con esperienza in Nazionale, e Gaia Dosi, 22 anni, fresca di esordio in azzurro. C'è anche Martina Casolin, la veterana del gruppo: insieme a Bonaldo è l'unica ancora in campo di chi conquistò lo scudetto nel 2018. Altre tre giocatrici di quello storico gruppo torneranno ad allenarsi nelle prossime settimane; si vedrà strada facendo come si inseriranno, ma la volontà di ripartire c'è già. Se ne vanno invece alcune delle giocatrici di maggiore esperienza, tra cui Sara Mannini (diretta a Londra sponda Harlequins) e Chiara Cheli, mentre Alice Antonazzo e Francesca Andreoli dovrebbero accasarsi al Lione.

Una squadra che cresce

Nel giro di poche settimane, attorno al nucleo rimasto, si sono aggiunte giocatrici che avevano smesso di giocare e che hanno scelto di riabbracciare il progetto, dando una mano anche fuori dal campo. Oggi il gruppo conta una trentina di elementi, che sfiorano le quaranta contando le Under 18 che si alleneranno insieme alla prima squadra — anche se non è ancora certo quante saranno sempre presenti agli allenamenti. L'obiettivo di questa stagione è costruire le basi: una decina di giocatrici Under 18 compirà 17 anni nella stagione 2027/2028, età che permette di giocare stabilmente in prima squadra. È da qui che si vuole ripartire, per arrivare tra un anno ad avere una vera squadra del territorio.

Un problema più grande di una singola società

Il caso Colorno non è un episodio isolato, ed è per questo che merita di essere raccontato oltre la cronaca. Il rugby femminile italiano continua ad appoggiarsi su un impianto fragile: settori che dipendono economicamente da un settore maschile più forte o da un pugno di persone che si fanno carico di tutto, quote e raccolte fondi come prassi ordinaria più che come eccezione, l'assenza di strumenti — licenze, piani di sostenibilità richiesti all'iscrizione — capaci di intervenire prima del collasso, non dopo. Il segnale d'allarme, in questo caso, era arrivato già a marzo con il settore maschile. Nessuno lo ha collegato al rischio reale sul settore femminile finché non è stato troppo tardi.

Non è una responsabilità che si possa attribuire a una singola società o alla Federazione: il regolamento è stato applicato, il Forum Iulii ha conquistato il proprio posto in Élite sul campo, e la nuova Rugby Parma femminile ha comunque garantito una continuità che poteva non esserci. È un sistema che ha funzionato secondo le sue regole — e che nonostante questo produce, quando manca la rete, la dispersione di vent'anni di lavoro.

Una nuova era, da costruire

Le Furie Rosse non scompaiono: diventano Rugby Parma femminile. Portano con sé vent'anni di cultura rugbistica che nessuna categoria di campionato può cancellare. Sta ora alla nuova società dimostrare che questo passaggio può diventare una crescita, non solo un salvataggio.

La domanda aperta

Il movimento del rugby femminile italiano ha talento, ha ragazze arrivate al sesto posto nel ranking mondiale, ha una base che si allena la sera dopo il lavoro per amore di uno sport che ancora non riesce a sostenerle davvero. Quello che manca non è la passione, e nemmeno — in questo caso specifico — la volontà di trovare una soluzione. Manca la prevenzione: qualcosa che eviti che l'unica rete di salvataggio, per un gruppo che ha costruito vent'anni di storia, sia una norma trovata in emergenza a crisi già esplosa.

Se tra due anni un'altra società chiuderà, la domanda sarà la stessa di oggi: il movimento avrà imparato qualcosa, o si tornerà a cercare il comma giusto mentre altre ragazze aspettano?

 

@rhynosmm — Rugby Femminile Italiano