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Piero Monfeli, classe 1948, da Viterbo. Lo chiamano “l’estrusco”, non per l’età (pare), ma per il profumo di antica saggezza del suo rugby, fatto di cose semplici ma estremamente concrete, spesso letali. Dal 1980 in panchina. “Ne ho girate tante, me le ricordo quasi tutte”. Una vita da tallonatore, in serie A con la maglia delle Fiamme Oro (dove lo portà Marcello Fronda dopo averlo visto in under 21), quella di Treviso e del Petrarca, oltre un buon numero di presenze in Nazionale, Giovanile compresa. Attualmente è a Padova, sponda Petrarca, dove si prende cura degli avanti della squadra Cadetta allenata da Rocco Salvan che gioca nel girone veneto (il 3) della serie B. A due giornate dalla fine della stagione regolare, ancora imbattuta e in attesa di conoscere l’avversario nel doppio scontro che metterà in palio la promozione in serie A. “Perugia o Bologna” specifica.

·         Quella che sta per finire è stata una stagione senza sconfitte, una passeggiata?
-          Nel rugby le passeggiate… Abbiamo vinto molto perché, pur con i nostri limiti e con un certo numero di problemi cui abbiamo lavorato e cui stiamo cercando di provvedere, siamo riusciti a esprimere un rugby efficace. I risultati, di solito, sono frutto della qualità di ciò che dimostri di saper fare. Ma partite facili: niente. Anche perché…

·         Anche perché?
-          Qualsiasi sia il campionato, vincere contro la capolista, ha sempre un retrogusto… dolce. Se poi la capolista imbattuta si chiama Petrarca… Dare il massimo e mettercela tutta è un fatto quasi scontato. Quindi: no, nessuna passeggiata, nessuno ci ha regalato niente. Le partite più “rognose” sono state quelle con squadre di media o bassa classifica. Battere la prima della classe equivale a uno scalpo da esibire. Ti salva la stagione. Sono le regole del gioco. Le conosco, le capisco  e le apprezzo.

·         Ma che squadra è questo Petrarca Cadetta?
-          Una squadra giovane e inesperta, com'è naturale e giusto che sia. Dotata di un livello medio di competenze più che sufficiente ma carente in alcuni aspetti fondamentali del gioco. A cominciare dall’aggressività.

·         Che non si può allenare, dicono…
-          Non si potrà allenare ma si può acquisire. Giocando, il più possibile e meglio se contro gente più esperta e abituata a certi climi. Ricordo l’anno scorso la partita di Mirano, la loro prima linea aveva un’età media di 39 anni, la nostra di 20 e qualcosa. È stato un corso accelerato di sopravvivenza, un’eccezionale occasione di crescita!

·         L’anno passato qualche partita l’avete anche persa, quest’anno neanche una. Cosa è cambiato?
-          I miglioramenti sono nell’ordine naturale delle cose, alcuni si manifestano prima, altri con un naturale ritardo. Molto, nella crescita del gruppo, ha influito l’arrivo di Rocco (Salvan, ndr) che come capo allenatore ha perfezionato e raffinato il piano di gioco.

·         Ma in caso di salita in serie A, che squadra potreste schierare?
-          Le regole sono quelle che si applicano alle squadre Cadette. Massimo 5 apparizioni nella formazione che disputa la serie superiore  e giocatori under 23 liberi. Niente di nuovo. Non potremo lottare per la promozione in Eccellenza, è vero. Almeno come Petrarca.

·         Andiamo nello specifico: come sono gli avanti e il loro gioco in serie B?
-          In rapporto alla qualità media delle linee arretrate che abbiamo incontrato, direi inferiori ai loro colleghi dal numero 10 in poi. Quelli del nostro movimento non sono grandi numeri, alcuni ruoli risultano scoperti, o quasi.

·         Per esempio i piloni?
-          Per esempio i piloni. Perché per giocare pilone serve tanta forza e una buona dose di tecnica. E si fa tanta fatica! Se una squadra di ventenni le ha vinte tutte e in mischia ha tenuto botta sempre, una ragione ci sarà!

·         Quindi: in giro c’è poca roba?
-         Una media bassa, direi. Eccezion fatta per il pilone del Bergamo che contro di noi è stato in campo 80’. Un tempo a destra e uno a sinistra, come quelli veri, come il mio amico Anacleto Altigeri! Perché per giocare pilone devi, prima di tutto essere forte di tuo, e poi ci aggiungi il resto. Palestra compresa. Quelli che pensano che una pippa che si stabilisca in palestra pesi ne esca forte, si sbagliano. La palestra aggiunge, incrementa, migliora. Se non ti ha fatto forte la natura… Da bambino al cinema andavo a vedere Maciste, lo impersonava Steve Reeves, campione mondiale di culturismo. Oggi vedo sui campi tanti cloni di Maciste: belli, gonfi, grossi… Ma la razza di chi si allenava portando dal furgone al quinto piano 50 carrelli di cemento al giorno, purtroppo, è estinta. E si vede!

·         Allarghiamo il discorso: come se la passa il rugby italiano?
-          Male. Un misto di colpe nostre e di sf…ortuna.

·         Nel senso?
-          Che, da un lato, noi ci siamo fermati. E questa è a tutti gli effetti una colpa, una nostra inadeguatezza, chiamiamola come vogliamo, il senso non cambia

·         E la sfortuna e che, nel frattempo, gli altri hanno continuato a correre?
-          Magari si fossero limitati a questo! È che si sono messi a volare. E questo ci ha veramente rovinato. Fatto molto male, diciamo.

·         Ma perché ci siamo fermati?
-          Perché la generazione di Coste ha timbrato l’ultimo cartellino e si è messa meritatamente a riposo. E dietro a loro: poca roba, purtroppo.  Basta talento, basta risultati. I talenti, prima si individuano e poi si ottimizzano, mi pare che il procedimento sia questo. Quindi: o non li abbiamo individuati, ci sono scappati, o non siamo stati capaci di portarli a essere competitivi. Un’altra spiegazione logica al momento non mi viene. Non si può dire che non ci abbiamo provato, la Fir l'ha fatto e le va riconosciuto il merito di essersi impegnata. Ma se i risultati e il frutto dell’impegno profuso non arrivano o non soddisfano, magari…

·         Magari?
-          Sarebbe il caso di cambiare libro delle ricette!

·         Ce ne dica una, di ricetta.
-          Under 20. La Nazionale di categoria ha fatto il Sei Nazioni che sappiamo. Niente di sorprendente, secondo me. Come può esserci una buona Nazionale under 20 senza un campionato under 20?

·         Ma il campionato under 20 sono le società a non volerlo…
-          Io una proposta ce l’avrei. E si chiama: obbligo per le dieci società della massima serie di costituire una franchigia under 20 su base territoriale, che disputi le stesse partite, contro gli stessi avversari della squadre maggiori. Avremo 10 squadre di categoria giovanile competitive e formate da un campionato di buon livello. L’under 20 gioca la mattina, o due ore prima della seniores, stesso calendario e possibilità di impiegare gli under 20 in prima squadra. Questo modello applicato alla mia città concentrerebbe in un’unica realtà i migliori prospetti di Petrarca, Valsugana, Cus Padova, Rubano, Monselice e Este. Gli altri faranno il campionato under 18, quello dove la spinta in chiusa è limitata a un metro. Senza bisogno di Accademie. Vogliamo almeno provarci?

·         E i costi?
-          Diciamo 100 mila euro? Il prezzo di due stranieri scarsi! Pardon: non di primissima fascia.

·         Scudetto, chi lo vince?
-          Spero il mio Petrarca, ovviamente. Che secondo me disputerà la finale con Calvisano.

·         Dopo aver eliminato Rovigo in semifinale, ovviamente…
-          Rovigo è una squadra costruita per conservare lo scudetto che ha sulle maglie. Ma qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto. Almeno fino a oggi.

 

Risultati e classifiche di Serie B

Foto Elena Barbini