1 mese fa 16/01/2020 09:55

Matteo Minozzi: "mi hanno regalato un sogno"

Quattro anni fa il debutto in Eccellenza con Calvisano, oggi la Premiership con i Wasps... a 23 anni

Articolo pubblicato su Allrugby numero 142

Il giovane Matteo si è fatto grande. Non necessariamente dal punto di vista fisico, le sue misure rimangono quelle (1.75 per 84 chili, o giù di lì). Più che altro il ragazzo è cresciuto, è diventato un uomo. I suoi pensieri sono lucidi, adulti, razionali.

Quattro anni fa, Matteo Minozzi arrivò dall’Accademia al Calvisano, aveva 19 anni e la fama di un purosangue raro. Un po’ ombroso come tutti i cavalli di talento: a volte si intristiva, altre faceva il matto, in campo e fuori.

I tifosi lo adoravano, quando aveva la palla lui, in tribuna nessuno si annoiava.
Quattro anni fa, Matteo, da turista “fai da te”, si presentò senza biglietto a Twickenham per vedere Inghilterra v Australia, la partita che segnò l’eliminazione degli inglesi dalla Coppa del Mondo 2015 giocata in casa.

“Comprai il biglietto fuori dallo stadio e spesi un occhio della testa solo per assaporare da vicino l’atmosfera del Mondiale”, racconta. Quattro anni dopo, il ragazzo che, nel frattempo, non senza qualche sofferenza personale, è diventato un uomo, vive a Leamington, un paio d’ore a nord di Londra, ha esordito in Premiership, vincendo con la maglia degli Wasps contro il Bath, ed è reduce dalla lunga trasferta in Giappone, dove ha giocato, come dice lui, “tutte le partite che c’erano da giocare”, segnato due mete (una alla Namibia e una al Canada) e collezionato tanti bei ricordi, oltre a qualche rimpianto.

Andiamo per ordine. Due anni fa, l’esordio in Nazionale, pochi minuti contro le Fiji a Catania. Tre mesi dopo il debutto nel Sei Nazioni, che lui, bombardato dai calci di spostamento di Ford e Farrell, raccontò così: “avranno visto uno piccoletto, un po’ bassino, e avranno pensato, vediamo come se la cava...”. Se la cavò talmente bene che non uscì più di squadra: titolare nelle successive partite del torneo, sempre in meta in ciascuna delle altre quattro sfide.

Un anno fa, a fine agosto, l’infortunio, la lunga rieducazione, le incertezze, le paure. “Se oggi penso a giocare - disse qualche mese dopo a chi scrive -, se immagino qualcuno che mi placca con il peso di 100 o più chili, non nego di essere preoccupato, di avere paura”.

Poi la lunga preparazione per la Coppa del Mondo e il ritorno in campo contro l’Irlanda ad agosto. Eccoci qua. In diretta da Leamington, poche ore dopo il debutto in Premiership, 80 minuti da titolare. “Sono contento - racconta -, ho fatto quattro allenamenti e mi hanno messo subito in campo, non me l’aspettavo. Pensavo mi avrebbero fatto debuttare in coppa. Gli Wasps venivano da due sconfitte consecutive, contro il Bath era già una partita da dentro o fuori, aver puntato su di me in un match così è stata una grande iniezione di fiducia, un segno che ci credono, che nei miei confronti hanno buone sensazioni. Ero emozionato? Parliamoci chiaro: estremo titolare, con davanti nella linea d’attacco giocatori come Malakai Fekitoa, Lima Sopoaga, Jimmy Gopperth...gente che mi alzavo la mattina per veder giocare in televisione, con la maglia degli All Blacks o nel Super Rugby. E io lì, in mezzo a loro, a dirigere in un certo senso le operazioni, perché l’estremo deve anche mettere ordine nella difesa, chiamare certe situazioni. In una lingua che non è nemmeno la mia. Ho dovuto prepararmi, studiare. Però tutti mi hanno aiutato, mi hanno dato una mano e, alla fine, mi hanno detto bravo”.

Come ti sei sentito?
“Non so spiegarlo. Non vorrei dire importante, non è quella la parola giusta. Ti senti parte di qualcosa e che forse sei lì per qualche ragione, perché hai saputo meritartelo. Hai fatto bene il tuo lavoro. La sera prima ho pensato che quattro anni fa esordivo nel Calvisano, e adesso in Premiership...”.
Già, la Premiership... cosa rappresenta per te?
“La Premiership per me è il rugby. O meglio la sua essenza, magari non è spettacolare come il Top14, ma esprime un gioco molto concreto, dove devi mettere tutto te stesso, essere solido. Arrivarci per me è stato un traguardo, non tutti qui ce l’hanno fatta. Adesso devo continuare, devo giocare il più possibile, mi devo confermare”. Continua....

La seconda parte dell'intervista su Allrugby (abbonati qui)

 

 

Foto Carl Woodend

 

 

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Kristian Gatta  1 mese fa

Già a Calvi, quando aveva la palla in mano, non sapevi cosa aspettarti dalle sue corse pazze. El diabolo Minozzi, come lo soprannominava Cacho. Uno di quelli che vedi che sono di un altro livello. Buon per noi che sia in Inghilterra a crescere maggiormente.

Aldo Nalli  1 mese fa

Che bello sentire delle emozioni umane come anche la paura. Fa parte del gioco ed aiuta ad autoregolarsi se gestita bene. Tanti auguri davvero

Tomas De Torquemada  1 mese fa

Matteo sei tu che ci stai regalando un sogno carico di orgoglio!

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