4 mesi fa 27/02/2020 09:44

Il campione di rugby? Una persona di cultura

Il talento non basta

Nell’immaginario collettivo il campione dello sport è spesso visto come colui che si è dedicato anima e corpo al suo sogno specialistico e ha tralasciato altri ambiti di crescita personale, come quello culturale. Se in molti casi è effettivamente così, ci sono molte ragioni per cui non debba essere necessariamente così: il campione non puo’ che essere, di regola, una persona di cultura.

In un mondo dello sport che è sempre piu’ complesso, competitivo, esigente, poco disposto a perdonare, esposto e specchio di una società dedita al successo a tutti i costi, diventare e rimanere campioni è un compito al limite delle capacità umane. Il talento non basta ed è sempre piu’ difficile da definire: non si tratta solo di predisposizione naturale al gesto tecnico, ma di molte altre capacità, a partire da quelle relazionali piu’ sfumate. L’atleta infatti si sviluppa in modo ottimale e completo solo se riesce a collaborare efficacemente con uno staff che lo supporti continuamente dal punto di vista tecnico, fisico, motivazionale e sociale.

Per riuscire a creare questa unione di intenti, pensare di continuare a promuovere l’idea di un’atleta concentrato solo su di se’ e sulle sue capacità è anacronistico e sbagliato.  L’atleta deve aprirsi a mille stimoli diversi, accettare di imparare e cambiare tutti i giorni, rielaborare continuamente le proprie convinzioni e conoscenze, essere pronto a rimanere nel presente nonostante successi e fallimenti. Come puo’ una persona di scarsa cultura riuscire bene in questa impresa?

Nella mia esperienza personale il fattore culturale rappresenta un fattore cruciale nello spiegare successi e insuccessi degli atleti. Raccontare in cosa consiste la prestazione ottimale nello sport è argomento complesso: nonostante i miei sforzi di semplificare al massimo i concetti di fondo, anche attraverso storie ed esempi dalla vita di tutti i giorni, questi vengono compresi e applicati e vissuti piu’ facilmente da persone abituate a circondarsi di stimoli.

Non si tratta infatti solo di essere persone “istruite”, di aver “studiato”, di aver ingoiato nozioni: piuttosto, essere persone di cultura riguarda un atteggiamento creativo verso quelle nozioni, che porta a collegarle tra di loro per creare concetti nuovi e personali. Lo studio è la base, tutto il resto viene dal nostro atteggiamento verso di esso: anche nello sport, rappresentazione semplificata delle nostre vite.

 

In foto il nazionale gallese Jamie Roberts, giocatore di rugby professionista che nel 2013 si è laureato in medicina all'Università di Cardiff, nel 2015 si è iscritto all’Università di Cambridge ottenendo un master in filosofia della scienza medica, giocando anche per la squadra di rugby dell’università e prendendo parte nello stesso anno allo storico Varsity Match (la sfida annuale tra Oxford e Cambridge). Nell'estate del 2015 firma un contratto da 380.000 sterline stagionali con gli Harlequins in Premiership diventando uno dei giocatori più pagati al mondo. In carriera ha vestito 94 volte la maglia del Galles e 3 quella dei British Lions, attualmente gioca per gli Stormers in Super Rugby.

Michele Morra  4 mesi fa

Sarebbe interessante una valutazione comparativa dei titoli di studio dei praticanti per sport,ai primi posti di sicuro c'è il rugby.Contrariamente a quanto pensa chi non conosce il rugby considerandolo solo uno sport di forza e brutalità,in questa disciplina ci vuole cervello,e anche parecchio e essere persone abituate ad affrontare problemi complessi aiuta molto.Poi se hai pure una struttura fisica imponente ed un mascellone in stile benna della ruspa di certo le cose diventano più facili.

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