1 anno fa|1 anni fa 04/09/2017 17:39

Le occasioni perse dell'Italia del rugby: intervista a Sebastian Rodwell

Il trequarti de I Medicei ci parla delle differenze tra rugby italiano e inglese

Padre inglese e madre tedesca, nato in California e cresciuto in Toscana, laureato in Sports Business Management a Londra dove ha vissuto, lavorato e giocato a rugby per sei anni. Questo è Sebastian Rodwell, probabilmente la persona più adatta a mettere insieme una visione oggettiva del rugby italiano. Lo incontro prima del match di preparazione tra i suoi Medicei e il Petrarca Padova. Parla mosso da una grande passione e, allo stesso tempo, dall'amarezza di chi vede intorno a sé occasioni perse e potenzialità non sfruttate.

 

Come hai iniziato a giocare?

“Ho iniziato a giocare a rugby a 17 anni nell'Empoli Rugby, che all'epoca non era nemmeno una società. Venivo dal calcio, quando mi è presentata l'opportunità di provare il rugby. Ho provato e mi sono appassionato subito all'aspetto fisico del rugby, al confronto fisico. Ai tempi alternavo il calcio al rugby e alla fine ho scelto il rugby per il collegamento naturale tra i valori del gruppo e il gioco.  Sono passato al Firenze 1931 e pochi mesi dopo sono entrato nel giro della nazionale: Italia under 17, 4 Nazioni e poi la convocazione nell'Accademia di Tirrenia. Esperienza molto intensa a livello di allenamenti, che mi ha portato alla nazionale Under 18 e Under 20 e poi al mio primo contratto in Eccellenza coi Cavalieri Prato”.

 

Mi dicevi che sei entrato in Accademia solo pochissimo tempo dopo aver iniziato a giocare.

“Ho avuto la fortuna di entrare subito nel giro delle selezioni nazionali non tanto per la conoscenza del gioco, ma per il fisico. Il “Progetto statura” ai tempi coinvolgeva tutti i ragazzi che fisicamente apparivano adatti al gioco del rugby e mi ha portato non solo in Nazionale, ma anche all'Accademia di Tirrenia. Sono stato tre anni in Accademia, un'esperienza importante. Il progetto era improntato sopratutto sullo sviluppo fisico dell'individuo, più che sullo sviluppo tecnico tattico, parte che invece ho potuto approfondire al meglio quando mi sono trasferito in Inghilterra.”

 

A 21 anni hai deciso di trasferirti in Inghilterra per l'università, senza però rinunciare al rugby. Cosa hai trovato di diverso?

“Prima di tutto la possibilità di conciliare il rugby e lo studio. In Inghilterra per ogni sport c'è un campionato universitario che si tiene di mercoledì pomeriggio, quando le lezioni si fermano. La seconda è la possibilità di avere tante occasioni per giocare a rugby. Il rugby si impara giocando e lì potevo giocare, oltre al mercoledì, anche il sabato o la domenica. Se non giochi con la prima squadra, giochi con la seconda, se non giochi con la seconda giochi magari con la terza. Se non giochi con la terza squadra, puoi giocare per un'altra società. Quando ho iniziato a giocare io dieci anni fa, in Italia dovevi fare magari due ore di treno per poter giocare. Oggi ci sono molte più realtà, ma la possibilità di giocare è ancora limitata. Le società potrebbero favorire gli scambi dei giocatori, ad esempio. Questa flessibilità che c'è in Inghilterra qui non c'è. Un altro aspetto è quello dell'attenzione al giocatore come persona. In Accademia seguivamo la scuola e in più ci allenavamo cinque ore al giorno, ma l'attenzione non è stata quella che ho trovato in Inghilterra. Lì c'erano persone che ti aiutavano a inserirti in ambito lavorativo, che ti aiutavano a capire quali erano i tuoi interessi, a combinare sport e lavoro, perché sport e lavoro sono considerate cose molto vicine: ottenere obiettivi, lavorare nella squadra... In questo, l'Accademia ha perso l'occasione di formare in prospettiva nuovi allenatori, nuovi preparatori atletici...”

 

Come si insegna il rugby in Italia e come si insegna il rugby in Inghilterra?

“Ho insegnato rugby quando lavoravo per i London Irish: la filosofia imposta dalla Premiership è quella di evitare quasi il contatto fisico. Ai bambini la prima cosa che viene insegnata è evadere, cercare lo spazio. Il confronto fisico è l'ultima cosa che si insegna. Si predilige l'aspetto visuale, si fanno giochi in cui si finge di trovarsi in mare e di dover fuggire dagli squali per arrivare su un'isola. Quando guardo i bambini allenarsi qui in Italia vedo spesso la palla e venti bambini intorno alla palla, che provano a placcare, che si aggrappano, che rotolano per terra... L'aspetto fisico invece secondo me dovrebbe essere insegnato per ultimo.

Il rugby in Inghilterra è parte integrante della cultura delle persone, è visibile ovunque, è una presenza all'interno della comunità. Qui ci attacchiamo solo ai valori del rugby e allo spirito di gruppo, ma solo il 20 o il 30% degli spettatori secondo me ha una comprensione completa del gioco. E questo è un peccato.

Trovo molto importante poi che abbiano ampia diffusione il rugby touch o il rugby femminile, perché tutti devono avere l'opportunità di giocare a rugby. Il rugby touch qui viene visto spesso come una specialità di poca importanza, mentre si fa molta fatica qui in Italia a parlare di rugby femminile. Io invece ci credo molto.”

 

Come hai trovato l'Italia del rugby dopo sei anni passati in Inghilterra?

“Ho deciso di tornare un po' perché mi mancava l'Italia, che rimane il mio punto di riferimento. Ho trovato qui a Firenze una società che sta spingendo molto per sviluppare il rugby sul territorio toscano. Pensavo di trovare molte differenze rispetto a quando ero partito. Il modo in cui presentiamo questo sport invece è sempre basato sui valori del terzo tempo, dell'amicizia, del sostegno, che sono tutti valori giustissimi, ma non si apprezza ancora il rugby dal punto di vista tecnico-tattico. Bisogna fare più cultura rugbistica. Dei tanti ragazzi che ho incontrato in Accademia, tanti non giocano più o fanno altro rispetto al rugby. Non hanno visto un'opportunità di crescere con il rugby. Cosa ti rimane dopo una carriera rugbistica in Italia? Al momento la risposta è: poco. In generale, l'unica squadra che ti garantisce qualcosa sono le Fiamme Oro e quindi una parte di quei ragazzi oggi gioca lì. Il sistema non è sostenibile: bisogna trovare il modo di combinare lavoro e rugby, almeno ai livelli dell'Eccellenza. Forse il problema più grande è che il rugby italiano si regge sugli sponsor, ma l'Eccellenza non è un brand, a partire dal nome si fa fatica a presentarlo come prodotto e si fa fatica a spiegare perché uno sponsor dovrebbe pagare di più una squadra che gioca in Eccellenza piuttosto che in Serie A. Ci viene chiesto: come cambia la visibilità? L'Eccellenza poi ha bisogno di una Lega che rappresenti tutte le squadre, che si dia obiettivi di club affiliati, di propaganda nelle scuole, incentivando le società a creare cultura rugbistica. Il sostegno finanziario dovrebbe arrivare a fronte del raggiungimento di questi obiettivi.”

 

Come funziona questo in Inghilterra?

“Ai London Irish mi sono occupato di marketing e promozione sociale: lavorare con la comunità, insegnare rugby nelle scuole, creare cultura rugbistica sul territorio. La Premiership incentiva questa attività e a fine anno monitora gli obiettivi e concede contributi a chi li ha raggiunti. Questo porta le società a lavorare sul territorio, a promuovere il rugby. Questo lavoro è svolto anche dalle squadre nazionali inglesi. La nazionale maggiore va molto spesso nelle scuole e nei piccoli club a insegnare il rugby. E' accessibile a tutti, è un punto di riferimento concreto e vicino. Questo crea amore per il gioco e credibilità. Quante volte accade questo in Italia?”

 

Il calendario di Eccellenza 2017/18

Samuele Bartolini  1 anno fa|1 anni fa

Chiamato in nazionale giovanile e accademia solo perché "grosso" fisicamente, è lui stesso ad ammetterlo e a dire che così non funziona! Che leggano nei piani alti federali e che leggano come investe nelle scuola la RFU!

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