L'addio a Luciano Ravagnani nelle parole più belle dei colleghi
È morto a 88 anni il decano e maestro dei giornalisti di rugby italiani. Un minuto di silenzio su tutti i campi d'Italia

Nelle prime ore della notte di lunedì 5 gennaio è morto a 88 anni Luciano Ravagnani, decano dei giornalisti di rugby e maestro di generazione di cronisti; firma di prestigio del "Gazzettino"; curatore dei primi "Annuari del rugby", fondatore, direttore e collaboratore di riviste di settore come "Il mondo del rugby", "La meta" e "All rugby"; autore di numerosi libri fra cui una "Storia del rugby dalle origini a oggi" con Pierluigi Fadda (Editore Vallardi) tuttora l'opera più completa in lingua italiana. Ha scritto il primo articolo nel 1959, l'ultimo un anno fa quando un malore gli ha poi impedito di continuare. in questi 65 anni ha raccontato e analizzato il rugby come nessun altro. La Fir, di cui è stato capo ufficio stampa, lo ricorda con il cordoglio del «Presidente federale Andrea Duodo, del Consiglio federale e dell'intera Federazione Italiana Rugby» e disponendo un minuto di silenzio su tutti i campi. Noi di Rugbymeet lo facciamo con un carrellata di citazioni dagli articoli scritti da colleghi e allievi in questi due giorni, aprendo e chiudendo con "All Rugby", la rivista con la quale ha collaborato fino all'ultimo.
Paolo Ricci Bitti (All Rugby)
«Se il rugby in alcune nazioni è una religione laica e anche un precetto educativo, Luciano Ravagnani di Rovigo ne è stato di certo un apostolo, un missionario, un profeta e un evangelista perché poi bisognava arrangiarsi a fare un po' di tutto in una terra incognita per mete e placcaggi come era, e come ancora in gran parte è, l'Italia. L'unica cosa che a proposito di rugby Luciano non ha mai fatto è quella di giocarlo, il che rende ancora più prodigiosa la profondità del suo viaggio nel mondo ovale giunto al capolinea a 88 anni in questo inizio d'anno. Una cometa che ha illuminato per oltre sei decenni tutti coloro che seguivano questo sport, dai giocatori ai dirigenti, dagli allenatori ai giornalisti in particolare di quelli alle prime armi».
Ivan Malfatto (Il Gazzettino)
«Ravagnani, raccolto il testimone di cantore del rugby da Beppe Tognetti, è stato il maestro di almeno tre generazione di giornalisti. Ha narrato in maniera a volte epica, spesso critica, sempre analitica e mai banale le gesta di migliaia di uomini, partite e campionati inserendoli sempre in un contesto culturale, più ampio di quello strettamente sportiva. Per questo il paragone con Gianni Brera, pur nella diversità di carattere, non è azzardato, o fuori luogo. Come il "Giuan" nazionale per lo sport, Luciano è stato il padre di un nuovo modo di raccontare il rugby: ha coniato neologismi (gli umori, il kilorugby); ha trasformato le cronache da compilazione fattuale o enfatica ad analisi attraverso il tabellino e i dati; ha svelato il rugby estero, dal Cinque Nazioni, all'emisfero Sud, ai Paesi dell'Est, quando c'erano scarse immagini ed era ammantato di esotismo e leggenda».
Andrea Passerini (La Tribuna)
«Il cantore del passaggio della rivalità dei campanili di città e paesi del Veneto all'era moderna, che poi sfocerà nel professionismo. La saga dei dogi, la trasferte all'Est o in Africa come in Siberia, i primi tour agli antipodi della Nazionale - unico inviato - vivendo pure le due partite in un giorno a cavallo dei due fusi orari. E poi la prima Coppa del mondo in Nuova Zelanda».
Marco Pastonesi (blog "L'Ora del Pasto" di Tuttobiciweb)
«In oltre 60 anni di giornalismo, Ravagnani ha attraversato epoche che oggi potrebbero essere considerate pionieristiche, romantiche, professionali, addirittura serie e oneste. Dalla carta-e-penna alla macchina per scrivere, dal personal computer a Internet, Ravagnani è sempre stato un punto di riferimento, perché la testa continua a essere indispensabile, a fare la differenza e a sopravvivere alla tecnologia. Se nessuno, neppure nel nostro ambiente che certo non è immune da gelosie e invidie, ha mai osato scalfire il suo candore morale, il suo acume intellettuale, il suo patrimonio culturale, la sua proverbiale modestia, la sua innata riservatezza, è perché Ravagnani era inattaccabile».
Roberto Roversi (Rovigo.News)
«L'ho conosciuto più di cinquant'anni fa. Lui era già un giornalista affermato, io un giocatore appena arrivato in Serie A. Non so perché, ma gli stavo simpatico e spese parole buone per me. Quando smisi di giocare per un infortunio, fu lui a incoraggiarmi a scrivere di rugby, pubblicando i miei primi articoli. Da lì è nata una vera amicizia. Negli anni Ravagnani è stato molto più di un cronista. È stato un innovatore del linguaggio sportivo, il primo a introdurre in Italia l'analisi tecnica delle partite di rugby, andando oltre il semplice resoconto per raccontare dinamiche tattiche, psicologiche ed emotive. Parlava degli umori di una squadra, del valore umano prima ancora che atletico. Era il suo marchio di fabbrica».
Alessandro Caberlon (La voce di Rovigo)
«Il Polesine perde una delle sue penne più illustri, un uomo che ha saputo trasformare lo sport in letteratura e la cronaca in memoria storica».
Giorgio Cimbrico (All Rugby)
«Con quella barba sempre ben curata, Luciano aveva un aspetto risorgimentale: poteva finire in un'oleografia sulla Repubblica Veneziana di Daniele Manin, costruita su un gruppo di patrioti e di gentiluomini di fortuna. Finì per andare a percorrere anche quel cammino e il libro sull'avventura degli azzurri nel Sud Pacifico ha cadenze che ricordano la Ballata del Mare Salato di chi può essere considerato un suo concittadino, Hugo Pratt».