C'è crisi nel rugby? Formazione di base per ripartire
E' solo un problema di marketing, assenza di strutture e fondi?
La crisi di praticanti del rugby italiano non è solo figlia di cattivo marketing, assenza di strutture e di soldi federali o incapacità di attrarre ragazzi da parte di società impreparate. C'è piuttosto un aspetto educativo e formativo che non si è dimostrato adatto ai tempi e che impedisce ai ragazzi che provano il rugby di innamorarsi a pieno di questo sport mentre porta invece altri, che potrebbero valutare di provarlo, a tenersi lontani.
Contatto fisico e come giocare a rugby
Il tema è quello del contatto fisico e di come si insegna a giocare a rugby. Su questo aspetto si è rimasti al principio “o bere o affogare”: se sei abbastanza duro, allora puoi giocare a rugby, altrimenti vai pure a giocare a tennis. Ma l'attitudine allo scontro fisico va preparata, non si può dare per scontata, soprattutto sotto i 12 anni.
Oggi si inizia a fare sport sempre prima, a volte a 4 o 5 anni, età in cui il gioco (nel senso ampio del termine) deve prevalere insieme alla scoperta del proprio corpo. Mentre ancora il bambino sta scoprendo e sviluppando le sue capacità fisiche, chiedergli di mettersi a rischio nel contatto fisico è emozionalmente troppo per moltissimi. Ed è più che normale: invece di stigmatizzare queste reazioni, bisognerebbe lavorare a 360 gradi per poter preparare tutte le capacità che portino al giovane praticante la giusta consapevolezza del rischio e del mettersi in gioco in modo fisicamente forte.
Touch rugby
I bambini di 6-8-10 anni non dovrebbero placcarsi, ma dovrebbero lavorare per occupare gli spazi, collaborare ed evitare il placcaggio: il touch rugby è il loro sport d'eccellenza. Veloce, stimolante per la coordinazione e per l'attenzione, è in grado di coinvolgere tutti rispettando le sensibilità di ciascuno. Intorno ai 10 anni, con capacità coordinative superiori, potrebbe essere aggiunto gradualmente il lavoro di contatto vero e proprio, prima con gli scudi e poi con gli altri bambini, in modo da arrivare ai 12 anni con ragazzi pronti in modo completo: tecnicamente, tatticamente, emozionalmente, coinvolti e appassionati.

Formazione - Gli istruttori di rugby dovrebbero smettere di fare i duri, urlare “non avere paura” e incitare allo scontro come se fosse l'unica componente del gioco. Conosco ragazzi di 12 anni che hanno già avuto una frattura tibia-perone e la rottura del crociato e, se in alcuni casi può trattarsi di sfortuna, in molti altri è semplice imprudenza e impreparazione al rischio. Il lato emozionale del contatto fisico è importante anche per quello che insegna al di fuori del campo: accettare il dolore e rimanere lucidi nelle difficoltà. Non si può però forzare dall'esterno, dev'essere una maturazione, una vera crescita personale fatta di conoscenza di se' ed esperienza progressiva.
I soldi e gli impianti non fanno automaticamente i praticanti. In tutti gli sport le società si svuotano per mancanza di istruttori attenti alle varie sensibilità e le squadre naufragano perché gli atleti si scocciano di essere trattati come soldatini da allenatori che sfogano su di loro le frustrazioni personali o le ambizioni attuali o passate. Cinque anni di formazione in direzione di una vera, graduale crescita personale e i numeri non solo torneranno a essere importanti, ma diventeranno una base granitica da cui ripartire.
Stefano Nicoletti
PlayTheNow
Mental coaching