6 anni fa 09/02/2014 14:53

Vince chi non si arrende,chi lotta fino alla fine

"Ho incrociato il suo sguardo prima che lasciasse il campo in piena partita"

Ho incrociato il suo sguardo prima che lasciasse il campo in piena partita.
Seduti vicino, in panchina. Per me consuetudine, per lui, quel giorno, un miracolo.
Un piccolo dolore, è stato solo un piccolo dolore che ha allarmato un gigante che non va giù mai!
Il motore del suo amore per la vita ha singhiozzato per un attimo, gliel’ho letto negli occhi.
E lui di questo se ne è accorto. E allora la corsa…
“A dopo capitano”.
Provate ad ascoltare il battito del vostro cuore, mentre lo fate, fermatevi.
Ascoltate la cadenza di una delle vostre funzioni vitali. 
Ora immaginate il silenzio di molti sguardi che non vogliono incrociarsi per rimanere forti.
Tutti immobili, tutti con gli stessi colori di una squadra, tutti in attesa che il loro cuore ricominci a battere.
Un cuore solo. 
Questa era l’atmosfera in quella notte del 12 Gennaio, questo abbiamo provato tutti rimanendo uniti a formare una macchia rossoblu in quell’enorme atrio grigio di ospedale. Ore di paura, di silenzio.
Ho visto i ragazzi stringersi con una dignità che non credevo più esistesse. 
Ho percorso infiniti metri quella notte, incrociando solo il mio stesso sguardo su volti di fratelli. Ho pagato mille caffè non presi. Ho letto tra i sorrisi stentati , un tono di preoccupazione che mi ha spaventato molto. E’ lì che si cela il buio più nero.
Fronti arricciate a contenere emozioni che altrimenti avrebbero potuto far crollare chi di quel cuore ne è moglie, famiglia. Quanta dignità!
In quella notte nascosta dalla nebbia, ho sentito il calore creatosi tra le due grandi H di un campo da rugby.
Il nostro capitano qualche piano sopra di noi, non stava gareggiando per vincere, ma per vivere.
L’uomo che ci ha guidato fin dall’inizio della nostra avventura, ancora una volta ci teneva lì, fermi, immobili.
E ancora una volta abbiamo imparato da lui. Si è squadra sempre, sempre. Noi lì, inermi, silenti, lo eravamo.
La nebbia si dirada, e con il giorno arriva il cauto sereno di un cuore, il suo, il nostro, che ha ripreso a battere.
Nei giorni successivi è cresciuto un fortissimo desiderio motivazionale a dare il massimo:
Ho visto grinta negli occhi di tutti.
Fratelli farsi mille chilometri per dare il loro sudore.
Il cielo grigio di domenica 2 Febbraio promette divise sporche. Tra poche ore si gioca.
Gentech CUS Molise Vs Partenope.
Tra poche ore il calcio d’inizio di una partita iniziata venti giorni prima.
Tutti con il cuore sintonizzato a dare in massimo.
Un cuore solo. 
La battaglia in campo è stata preparata, il fischio dell’arbitro, si gioca.
Iniziamo con molta tensione, manca una voce che detta i ritmi del nostro incedere.
Prendiamo meta al decimo minuto, piazzato sbagliato. E’ bastato un attimo ed i Lupi già a centro campo.
Non ci voleva ma non siamo arrendevoli, non è questo che ci ha insegnato.
Si deve giocare! Abbiamo fretta di recuperare! Dobbiamo fare punti!
Così, dopo sei minuti, arriva il piazzato che ci avvicina, dopo altri cinque la meta, 8 – 5!
Il ritmo dell’incontro è altissimo. Mèta per i partenopei, reggiamo ancora, mèta nostra. Finiamo il primo tempo in vantaggio, 13 – 10.
L’allenatore in panchina inizia a dare direttive con i ragazzi stretti a formare un cerchio, io, mi allontano a cercar di assecondare la mia curiosità: 
oltre il campo, con le dita aggrappate alla rete, stretto appoggiato ad un auto, c’è una sagoma attenta al gioco fin dall’inizio del match. Attraverso il rettangolo, ora lo vedo, capisco.
E’ uno dei nostri. Occhi lucidi di chi non può esserci. 
“Vorrei essere sul quel campo a darvi una mano”.
“Vorrei lottare anche io per voi, per il capitano”.
Lo rassicuro. Alle mie richieste risponde che preferisce rimanere lì, lontano da tutti. Si dà colpe che non esistono per una sua assenza dovuta ai straordinari impegni di un giovane padre che, in questi tempi senza buon senso, deve occuparsi della propria famiglia.
Questo intendo far capire, spiegandomi sicuramente male, quello che siamo. Si lotta verso una unica direzione avendo creato un movimento dal nulla. Esistiamo nel modo migliore possibile.
Il rispetto che nutre questo gruppo ci porterà lontano.
Ci salutiamo, si ricomincia, siamo più ordinati.
Il campo pesante abbassa i ritmi, paghiamo la tensione e finiamo in quattordici per tre volte.
Le mete nel secondo tempo sono tre, una nostra.
Perdiamo, abbiamo perso. 18 – 23 il risultato finale.
Una partita che dovevamo vincere!
L’aver dato tutto ci tiene tranquilli, è mancato poco però. L’amaro resta. Molti sopportano a fatica la sconfitta. Il capitano che ci ha seguiti in diretta streaming, ci manda un messaggio:
“Bravi, tanto cuore, tanta grinta”
Non immagino quanto avrebbe voluto essere con noi.
Dopo i rituali sacri del rugby, tutti ritornano negli spogliatoi, il campo si svuota.
Un giro di pensieri e mi accorgo che son seduto lì, esattamente dove l’ho salutato.
E’ dal quel giorno che non lo vedo. 
Finalmente rilasso la fronte, un sorriso bagnato. 
Son circa tre anni che ho la fortuna di essere amico di un uomo guidato dalla verità, un uomo che mi ha insegnato che solo chi ha lottato veramente si porta del fango con sè.
Il rugby come la vita!
Ripenso a quello che siamo. A quanto lottiamo tutti i giorni in un paese abbandonato dal buon senso di chi lo guida.
Prima di rientrare, voglio rimanere ancora qualche attimo seduto, chiudo gli occhi, provo ad ascoltare il battito del mio cuore, in quel momento, l’unica mia funzione vitale.
Sento la divisa sulla mia pelle, il rossoblu confuso dal colore del fango.
Ho la consapevolezza del suo insegnamento:
Nessuno verrà mai a vincere sul nostro campo correndo due metri facili… mai!
Nel rugby come nella vita.

A Mariano Credico
Al Capitano
Al suo cuore

 

Foto di Corrado Villarà

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