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Articolo pubblicato su Allrugby numero 144

Da dove passa il futuro? Chiamarli i Magnifici 70 forse è eccessivo. Non sappiamo se sono tutti “magnifici”, certamente sono gli uomini che al cambio del decennio detengono i ruoli e le posizioni che porteranno il rugby italiano verso il 2030.
Si tratta di dirigenti, sponsor, tecnici, allenatori, giocatori, che in qualche modo ci permettono di guardare al futuro, o perché lo rappresentano essi stessi, è il caso di alcuni giovani atleti (Garbisi, Mori, ma anche Fischetti, Riccioni, Ruzza, Licata e altri...) o perché hanno titoli o risorse che possono indirizzare la strada dei prossimi dieci anni, con le loro idee, il loro denaro, la loro volontà, la loro passione.
Le scelte in questi casi non sono mai facili, qualcuno dirà che settanta nomi sono tanti, troppi, per la capacità del rugby italiano di produrre effettiva qualità, sia a livello tecnico
che amministrativo. Qualcun altro certamente individuerà nella lista proposta più di un’assenza: avremmo potuto forse arrivare a cento, inserendo anche qualche giovane speranza delle accademie: Lucchesi, Drudi, Alongi, Favretto, Zambonin, ragazzi di cui sentiremo parlare già nel corso di questo Sei Nazioni e del prossimo Mondiale U20 in programma in Italia. Alla fine abbiamo deciso di fermarci a settanta: ci sono “nominati” eccellenti e esclusi altrettanto importanti. Si tratta di un gioco editoriale, non di una lista di premiati e proscritti. Del gruppo fanno parte una ventina di persone che possiamo catalogare genericamente come “manager”, “sponsor”, “amministratori”, “dirigenti”: non vuol dire che il loro ruolo conta nel rugby italiano per meno di un terzo. Il nostro movimento ovale ha bisogno di figure illuminate, di investitori generosi, di progetti e idee innovative. Il peso specifico di chi amministra e governa lo sport in questi ultimi anni è cresciuto a dismisura: l’Italia ha bisogno di quadri preparati e di investitori generosi. Attenzione: non di mecenati che regalano il loro denaro, ma di appassionati avveduti capaci con i propri mezzi di indirizzare e determinare un pezzo del nostro futuro: ne abbiamo indicati alcuni, qualcuno è stato dimenticato, ci piacerebbe ce ne fossero tanti altri.

Ci sono tecnici vincenti e altri che possono guardare con ambizione al futuro.
C’è anche forse chi non vorrebbe comparire e preferisce restare nell’ombra. È un piccolo catalogo dei nostri meriti, dei nostri difetti, delle nostre virtù. Lo riguarderemo tra qualche anno chiedendoci, forse, a proposito di qualche nome: “chi era costui?”. Speriamo non di troppi.
Buona lettura a tutti.

 

Di seguito vi elencheremo solo qualche nome, per la lista completa vi consigliamo di acquistare Allrugby numero 144

 

 

Michele CAMPAGNARO
Trequarti centro, Mirano, 1993.
Il 2020 Campagnaro rischia di saltarlo a piè pari: l’infortunio al ginocchio destro (lo stesso già martoriato nel 2011) subìto il 28 dicembre contro i Tigers si è rivelato più grave del previsto. Il centro degli Harlequins aveva già dovuto rinunciare a gran parte della stagione 2017/2018, quando giocava con la maglia di Exeter, per la rottura dei legamenti del ginocchio sinistro. È uno dei talenti più puri degli ultimi anni in Italia. Ma anche uno dei più sfortunati. 

 

 

Andrea DE ROSSI
Manager, Genova, 1972.
Andrea De Rossi, simpatico guascone nonché azzurro di grande levatura (è stato anche capitano), tolti gli scarpini ha intrapreso molteplici ruoli: giocatore-allenatore, tedoforo per le Olimpiadi 2006, opinionista Sky, allenatore tout court (ma in coppia con Frati) a Prato e Rovigo, dove ha raggiunto in entrambi i casi la finale scudetto senza poi vincere il titolo, team manager - che è poi il suo attuale ruolo alle Zebre. Da quando è arrivato a Parma (2014) oltre a qualche bel colpo di mercato ha sulla coscienza acquisti infelici, parliamo di James Brown, De Battista, Brummer, in attesa di tirare le somme della stagione del rumeno Tarus. Ma è tutta farina del suo sacco? Perché la sensazione, in quel di Parma, è che tante scelte calino dall’alto, scavalcando le persone che, per ruolo, dovrebbero certificarle. In questo modo come si fa a crescere a livello di staff? 

 

 

Manuela FURLAN
Estremo, Trieste 1988.
Una stagione di gloria: secondo posto nel Sei Nazioni (con i gradi di capitana ereditati da Sara Barattin, che intanto ha raggiunto il record del maggior numero di cap in azzurro) e scudetto conquistato con le “Ricce” di Villorba. Manuela Furlan non poteva chiedere di meglio al 2018/2019. La sorte le ha riservato un conto da pagare quest’anno, visto che per infortunio ha saltato i test match di novembre e soprattutto deve rinunciare al Torneo per eccellenza, con la “fascia” che passa a Elisa Giordano. Attendiamo con fiducia la n. 15 per il torneo di qualificazione ai Mondiali, ma intanto ricordiamo le sue parole su Facebook alla vigilia di quell’Italia-Francia che - grazie anche a una sua meta nel finale - ha garantito alle Azzurre la prestigiosa piazza d’onore. “Il Manifesto del rugby femminile”, lo ha definito a ragione Paolo Ricci Bitti. Riferito al presente ma ancora di più al futuro. Manuela si presen- ta come “orgogliosa trentenne, operaia e rug- bista”, bandisce ogni vittimismo (e ogni confronto con i maschi) e tra le altre cose chiede il migliore dei sostegni possibili: “Venite a vederci. La visibilità che tanto chiedete per noi passa attraverso la vostra presenza. Voi potete fare con noi la differenza!”. 

 

 

Enrico GRASSI
Borgo Visignolo-Reggio Emilia, 1958.
Look da cow boy, presidente di due aziende leader del settore della logistica che investono e crescono - anche nell’occupazione - come poche altre in Italia. Dal 2018 è presidente del Valorugby. Crede nei giovani e ha puntato sul rugby per valorizzare il suo impegno sociale nel territorio. Il club, con Roberto Manghi in panchina, tecnico navigato e dalle molteplici esperienze in vari ruoli (è stato anche direttore generale delle Zebre), la scorsa stagione è arrivato ai playoff in campionato e ha vinto la Coppa Italia e quest’anno si candida come una delle squadre più competitive del Top12. Visionario e appassionato, Grassi può lasciare un’impronta nel movimento, se il rugby italiano saprà meritarselo 

 

 

Daniele PACINI
Allenatore, Roma, 1969.
Ha dedicato una vita alle nuove generazio- ni: prima come selezionatore delle Nazionali dall’U15 all’U18, poi come responsabile della formazione degli allenatori federali, successivamente è stato “Director of rugby” dell’Unione Capitolina e, dall’estate 2016, è il Responsabile Tecnico del Rugby di Base della Fir. Con la sua nomina, la federazione ha dimostrato di aver individuato una parte del problema: creare un sistema condiviso con il giocatore al centro. Profondo conoscitore del movimento, Daniele Pacini è una figura chiave nello scambio tra base e vertice, fondamentale per la crescita dell’intero sistema rugby in Italia che deve trovare il modo di tenere insieme livelli che godono di risorse e organizzazione diverse. 

 

 

Andrea RINALDO
Dirigente, Venezia, 1954.
British aplomb, perfetta conoscenza del gioco, sulla cui evoluzione ha scritto anche un volumetto assai dotto “Del rugby. Verso un’e- cologia della palla ovale”. Consigliere di amministrazione dell’EPCR (insieme a Fabrizio Gaetaniello), grazie anche all’ottima padronanza delle lingue straniere, in questi anni è stato protagonista di un’intensa attività di- plomatica che ha permesso al rugby italiano in qualche caso di mantenere le posizioni acquisite nonostante i modesti risultati dei suoi club in campo internazionale. Ai Mondiali, il suo intervento presso la commissione di giustizia, in qualità di difensore di Lovotti e Quaglio, è riuscito a limitare al minimo la squalifica per i due giocatori (tre giornate) dopo l’incidente con il Sudafrica. Già seconda linea della Nazionale, poi presidente del Petrarca, docente universitario e Accademico dei Lincei resta solo da chiedersi se il contesto rissoso del rugby italiano non finirà, un giorno, per andargli troppo stretto. 

 

Vi abbiamo elencato solo qualche nome, per la lista completa vi consigliamo di acquistare Allrugby numero 144

 

 

 

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