1 anno fa 20/10/2017 12:45

Costruire una squadra, oltre la retorica

Ovalmente: una squadra non è un semplice gruppo di persone che lavorano insieme

Questo intervento ha due obiettivi. Il primo è riflettere su come si costruisce in modo efficace una squadra. Il secondo è raccontarvi perché il rugby è lo sport che più di tutti si presta ad aiutare un processo di team building.

Il lavoro di squadra è a tutti gli effetti una delle abilità fondamentali per poter affrontare tutti gli aspetti della vita di oggi. Senza relazioni di valore, nessuno può raggiungere i propri obiettivi personali o lavorativi. Si parla spesso di lavoro di squadra, ma altrettanto spesso, nei fatti,  si da per scontato che un gruppo di persone diventi una squadra su semplice richiesta.

Una squadra non è un semplice gruppo di persone che lavorano insieme.

Anni fa, accanto al mio ufficio si installò un gruppo di venditori porta a porta. Vendevano un prodotto concorrente del Folletto. Erano 6 o 7 e avevano un responsabile che aveva un metodo motivazionale e di team building tutto suo. Il metodo era questo. Ogni mattina alle 8e30, prima che i suoi uscissero a cercare clienti, sparava musica da discoteca a 130 decibel. Poi iniziava a urlare: “Perché noi siamo una squadra imbattibile!”. E tutti: "Sììììììì". “Perché noi raggiungeremo qualsiasi risultato!”. "Sììììììì".

“Tu! quanti contratti chiuderai oggi?”. “...sei?”. Si ferma la musica e parte un urlo bestiale: “Sono pochiiii!”

“...dieci!”

“Non ho sentito"

“Quindici!”

“Ora sì che mi piaci! E so che ce la farai, perché nella mia squadra ci sono solo i migliori!”

Hanno chiuso dopo sei mesi, negli ultimi tempi li incontravo sulle scale con gli occhi spiritati, le mani sempre a stuzzicarsi il naso, ma evidentemente nemmeno un certo aiuto esterno è servito.

Era un metodo artigianale, per niente scientifico e basato completamente sull’autosuggestione: "basta crederci e si può fare tutto". L’autosuggestione ha una sua valenza, ma solo nel brevissimo termine e di solito, alla prima difficoltà inevitabile, tutto il castello di carte che ci costruisci sopra è destinato a crollare.

Chi studia in modo scientifico le relazioni personali ci insegna invece che una squadra è costruita su un elemento fondamentale: la fiducia tra i componenti della stessa. Il giocatore di rugby che attacca la difesa avversaria con l’ovale in mano, ha fiducia nei compagni che lo seguono, perché sa che se sarà placcato loro saranno lì a difendere il pallone. Questo tipo di azione si chiama “sostegno”. Allo stesso modo, quando una squadra di rugby si difende, costruisce una “rete difensiva” in linea che è efficace solo se ogni giocatore si fida del comportamento dell’altro.

 

Ma come si ottiene questa fiducia?

Prima di tutto, si ottiene fiducia quando all’interno della squadra è possibile mantenere una propria identità personale, cioè quando l’identità di squadra è un arricchimento delle identità personali. L’iniziativa personale infatti è una componente importante all’interno dei meccanismi motivazionali. Quando una squadra di rugby si trova di fronte un avversario perfettamente organizzato, l’unica soluzione per batterlo è inventarsi qualcosa, qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Ben venga allora l’iniziativa personale, se il resto della squadra è pronto a dare sostegno a quell’iniziativa.

Il secondo punto è che si ottiene fiducia tra i componenti della squadra quando questi si conoscono bene (a livello sportivo o professionale, l’amicizia è un’altra cosa). E quando possiamo dire di conoscerci bene professionalmente? Quando comunichiamo bene, soprattutto nei momenti di condivisione delle esperienze. In una squadra di rugby la comunicazione è costante. Il rugby prevede la necessità di attivare meccanismi e schemi in modo talmente veloce da risultare quasi automatico. E’ il tipo di automatismo che aumenta l’efficienza e la produttività dei nostri comportamenti, quello che un famoso psicologo americano definì: “il flusso”. E’ il tipo di comportamento che non vedrete mai se la maggior parte delle comunicazioni avviene in modo sbagliato… per esempio via email. Sbaglio se dico che ogni giorno si scrivono e si ricevono troppe email? L’email è un mezzo unidirezionale che non contempla l’ascolto e l’osservazione degli altri membri della squadra. Una buona comunicazione inizia invece sempre dall’ascolto e dall’osservazione.

Quindi la fiducia tra i componenti della squadra, basata sull’arricchimento della propria identità personale e basata sulla buona comunicazione personale, è tra le leve principali che possiamo utilizzare per costruire una squadra.

Una sezione a parte riguarda gli obiettivi.

Una squadra di rugby sa esattamente cosa deve fare per segnare punti. Accertiamoci sempre che tutte le squadre abbiano un obiettivo e che l’obiettivo sia abbastanza SMART (specifico, misurabile, attraente, realistico, tempificato). In più, accertiamoci sempre che gli obiettivi siano coerenti nel tempo, cioè che quelli di breve non corrodano quelli di più ampio respiro.

Chiudo con una considerazione più generale. Se escludiamo alcuni tipi di batteri, tipo quelli che abitano i vulcani o i fondali oceanici, possiamo affermare che il giocatore di rugby è l’essere più resiliente del Pianeta Terra. Perché? Perché deve essere creativo, disciplinato e lucido, mentre sopporta una pressione fisica e mentale notevolissima. C’è il classico momento in cui il giocatore di rugby sta per ricevere un passaggio da un compagno e nel frattempo, con la coda dell’occhio, vede arrivare l’avversario e sa che di lì a mezzo secondo subirà l’equivalente dell’impatto di un asteroide proveniente dalla cintura di Orione. La capacità del giocatore di accettare quell’evento inevitabile gli garantisce il successo di mantenere il possesso della palla.

Non è allora un caso che il rugby sia lo sport a livello globale che ha avuto lo sviluppo più importante negli ultimi dieci anni: molto probabilmente ci siamo già accorti, più o meno consapevolmente, che il rugby ci aiuta, anche solo da spettatori, ad acquisire quelle abilità che sono fondamentali nella società del 2017.

 

(questo speech è stato tenuto al Global Summit HR 2017)

Foto Elena Barbini

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