1 anno fa 23/03/2018 12:55

Accademie giovanili e giocatori naturalizzati

La domanda è: il sistema degli asterischi funziona?

Al termine di questo 6 Nazioni vogliamo fare alcune riflessioni in merito allo sviluppo dei giovani talenti e all’utilizzo di giocatori naturalizzati sfruttando la regola dei 5 anni, guardiamo all’Italia ma anche alle altre nazioni.

Il sistema degli asterischi dunque non funziona?

Il lavoro delle Accademie sta dando dei discreti risultati in Italia, la nazionale U20 sta producendo giocatori interessanti e alcuni sono già stati inseriti nel giro della nazionale maggiore. Licata Gianmarioli e Minozzi hanno dato il loro apporto in questa campagna 2018, ma è anche vero che altri prospetti emergenti quali Negri e Polledri sono stati formati all’estero e forse già pronti per l’alto livello internazionale a livello fisico.

Dovremmo fare delle precisazioni e alcuni approfondimenti dunque. Innanzitutto il processo di crescita dovrebbe essere valutato in un arco temporale di almeno 3 anni dopo l’inserimento nel sistema professionistico ma soprattutto bisognerebbe individuare dei progetti di crescita stabili che prevedano l’inserimento in contesti realmente professionali. Non è possibile pensare che i nostri prospetti migliori riescano a maturare in Eccellenza, salvo rari casi ciò non avviene con giocatori che una volta approdati alle franchigie di PRO14 non sono ancora pronti a livello fisico.

Tant’è che il tasso di infortuni si è alzato in maniera esponenziale, lo stesso rugby professionale è diventato molto più selettivo e provante.

Volendo effettuare un distinguo successivo, dovremmo partire dal presupposto che il processo di crescita e inserimento di un giocatore dei trequarti è più veloce di quello di uno di mischia anche per il solo motivo che alcune delle doti fisiche fondamentali richieste, forza esplosiva e velocità, raggiungo il picco appena dopo il passaggio al professionismo e vanno a scemare con il passare degli anni.

Dunque come mai Negri e Polledri sono già pronti per l’alto livello e Gianmarioli e Licata faticano un filo di più? Era necessario reperire risorse formate all’estero?

La risposta è si, ce lo richiede il rugby professionistico. Si soprattutto perché lo fanno anche tutte le altre nazioni rugbysticamente evolute, soprattutto lo fanno in maniera scientifica. Inizio a buttare li dei nomi e poi approfondiremo: Bundee Aki, Ben Te’o, Nick Grigg, Hadleigh Parkes, CJ Stander, WP Nel.

Gianmarioli e Licata, fuori dall’Accademia e dall’Eccellenza sono stati catapultati nel PRO14 e hanno pagato dazio al livello professionistico. Negri e Polledri hanno avuto un altro iter, ad Hartpury spesso giocavano il mercoledì nel campionato di College e il sabato in National One, con la possibilità di essere convocati anche nel club di riferimento in Premiership. Il percorso è di sicuro diverso da quello prospettato in Italia.

Potremmo fare lo stesso ragionamento per Pasquali e Brugnara che alla corte dei Leicester Tigers switchavano tranquillamente nei club satelliti giocando a volte a Doncaster (dove era approdato Roberto Santamaria). Tommy Allan stesso prima di arrivare al Benetton ha giocato a Perpignan prima in Top14 e poi in PROD2. Il percorso di crescita in Italia, con il passaggio all’Eccellenza non garantisce un adeguato livello di complessità e fisicità.

Detto questo, fintanto che i giovani non sono pronti per il palcoscenico più alto o non sono pronti in pianta stabile a quel palcoscenico è consigliabile dar loro un percorso di crescita a livello di minutaggio corretto. Ovvero prendiamo l’esempio di Garry Ringrose (Irlanda). Il capitano dell’Irlanda U20 alla JRWC2015 a Calvisano ha debuttato già nel 2015 con Leinster e nel 2016 con l’Irlanda in piena fase di sostituzione della coppia di centri storica formata da Brian O’Driscoll e Gordon D’Arcy. Tant’è che Joe Schmidt ha fatto esordire prima Jared Payne , già All Blacks U21 nel 2006 e prodotto di Waikato, con un passato nel Super Rugby tra Chiefs Crusaders e Blues prima di approdare ad Ulster, e Bundee Aki, neozelandese prodotto di Counties Manukau, ex Chiefs e Connacht dal 2014, fatto esordire in fretta e furia nel 2017 con l’Irlanda per aggirare la regola dei 5 anni per la naturalizzazione.

Insomma la stessa Irlanda, non certo povera di talenti nei trequarti ma soprattutto a centro campo ha optato per due neozelandesi per sostituire i BoD D’Arcy e dare il tempo ai giovani di crescere nella giusta maniera. Ricordiamo che Payne è out per infortunio dal tour die British & Irish Lions 2017. Parliamo dello stesso Ringrose ma anche di Robbie Henshaw, classe 93, nonché Chris Farrell fatto rientrare da Grenoble la scorsa stagione.

Val la pena di ricordare che la terza centro titolare irlandese, ruolo fondamentale nel rugby moderno, è un tale CJ Stander di nascita e formazione sudafricana.

Andando ad approfondire la stessa Inghilterra ha optato per le naturalizzazioni in ruoli chiave , Nathan Hughes come numero 8 e Ben Te’o, star di rugby league neozelandese, arrivato a Leinster ma ingaggiato a fior di sterline poi a Worcester, a centro.

Potremmo scrivere a lungo della tanto osannata Scozia che è tornata a rifiorire a livello di U20 e nazionale maggiore con l’utilizzo a piene mani di talenti stranieri. Nell’ultimo match di questo 6 nazioni possiamo parlare di Nick Grigg, centro titolare, WP Nel e David Denton (cresciuto con il nostro Seb Negri e formatosi in Sud Africa).

Non tralasciamo neppure Hadleigh Parkes che alla tenera età di 30 anni è stato fatto esordire nel Galles orfano di Jonathan Davies e Jamie Roberts.

Come non citare, poi, la "caccia alla seconda" linea che il Galles ha operato in maniera scientifica pochi anni fa per colmare una "emergenza generazionale" ora sistemata. O la stessa cosa fatta dalla Scozia con i Toolis o dall'Irlanda con i Quinn Roux.

Per non parlare della naturalizzazione in Inghilterra di Brad Barritt, uno dei migliori talenti giovanili sudafricani, finito per sistemare il vuoto a centrocampo del post Andrew: dopo aver rappresentato i baby Springboks ai mondiali Juniores del 2006 e la nazionale Emergenti alla Nations Cup dell'anno seguente, Barritt fu chiamato da Martin Johnson ad unirsi ai Saxons nel 2009. Il resto è storia.

Ci sono poi i casi come quello di Tim Visser: olandese scoperto da Rob Andrew al Sevens di Amsterdam (flanker), portato a Newcastle e cresciuto nei Falcons come ala. Trasferito a Edimburgo, ha esordito con la Scozia nel 2012. Proprio gli scozzesi sono veri e propri "cacciatori" di passaporti visto che, per fare giusto un altro paio di esempi, hanno naturalizzato giocatori come John Hardie (campione del mondo under19 del 2007) e il NZ Maori Sean Maitland (compagno di squadra di Hardie e trionfatore con i Baby Blacks al mondiale Under 20 del 2008).

Casi simili a quelli di Anscombe (campione del mondo con i Baby Blacks in Italia nel 2011 e ora nazionale gallese) e del nostro Steyn (trionfatore, anche se non da protagonista come il neozelandese, l'anno seguente e oggi Azzurro). Ma gli esempi si sprecano in una tendenza sempre più marcata in un rugby professionistico che pare non conoscere frontiere quando si parla di talento.

La risposta alla fine di questa riflessione è che il sistema degli asterischi funziona solo parzialmente. Bisogna prendere atto del fatto che il rugby professionale si è modificato in maniera sostanziale ed è ancora in fase di forte evoluzione e al momento attuale ha evidenziato che tutte le nazioni devono andare a caccia di talenti liberi anche non formati in casa per andare a sanare i buchi nei ruoli chiave.

Il bacino di utenza? Inevitabilmente il vecchio Tri-Nations con preponderanza alla Nuova  Zelanda.

 

Foto Alfio Guarise

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