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Dewaldt Duvenage - Foto All Rugby
Dewaldt Duvenage - Foto All Rugby

Dewaldt Duvenage, per tutti Dedè, ha un Law degree, una laurea in Legge, che spera di far fruttare nei prossimi anni, ma le avventure imprenditoriali in essere quando è arrivato in Italia (un’agenzia di recruiting per lavori domestici) sono state liquidate, mentre quelle in divenire (l’import export di vini…) non si sono concretizzate. È rimasto il rugby, cinque stagioni molto intense, sul lato sportivo ma anche umano: “Io vivo a Silea, una piccola realtà. Ottimo stile di vita, in cui finisci per conoscere tutti e battezzi qual è la tua pasticceria o il tuo pastaio preferito. È bello fare parte di una comunità. E quella del rugby è uguale: si gioca e ci si allena con Treviso ma poi si va nei campi delle squadre del territorio, si fanno allenamenti mirati. Ecco, penso che l’entusiasmo e la voglia di imparare degli allenatori e dei ragazzi in queste sedute siano la miglior cartina di tornasole del vostro movimento. Il tutto in un paese in cui promuovere il rugby è difficile: football is number 1”. 

Viene quindi da chiedersi cosa manca a noi italiani, non solo al cospetto dei sudafricani, per fare quel tanto atteso salto di livello, magari già dimostrato in campo ma non nei risultati: “I bambini italiani sono elettrizzati dal rugby ma per continuare ad avere gente che si avvicina al nostro sport abbiamo bisogno di risultati, di squadre vincenti. Ma anche di completare il processo di crescita. Gli italiani hanno una grande dote: sapersi emozionare o giocare sulle emozioni. Se usi questa caratteristica positivamente puoi andare oltre le tue possibilità. Senza porti limiti. Ma al contrario, in negativo, troppa emotività crea problemi nel recepire il percorso che porta a essere una winning side. Ad esempio troppa pressione su una singola partita crea poi, in caso di sconfitta, una reazione esagerata da parte del pubblico, dei media e, di conseguenza, degli stessi giocatori. Il rugby è fatto di insegnamento, esperienza, winning habits, sconfitte… tutto è importante. Venendo da una nazione di fanatici per il rugby, in cui hai una rugby community a scuola e anche fuori da scuola, mi è abbastanza chiaro cosa marchi le differenze tra i due modelli”. 

 

Dewaldt è come un professore, è difficile mettere in dubbio le sue parole, sembrano sempre frutto di una riflessione o di un ragionamento già vagliato dal metodo scientifico: quindi, visto che condividono lo stesso ruolo, ci siamo chiesti che cosa pensi della recente decisione del suo compagno di squadra, Manfredi Albanese, di dire addio all’alto livello a fine stagione.  “Gran giocatore, e con l’addio di Callum Braley all’attività internazionale si era creato spazio anche per lui. Che però vuole perseguire qualcosa di diverso e non solo dedicarsi allo sport. Lo capisco, perché mi sono laureato mentre ero già professionista e so quanto è difficile. Sembra di essere di fronte a un bivio perché fare entrambe le cose al massimo è davvero complicato. Io forse sono stato fortunato perché sono rapidamente entrato nel sistema di sviluppo professionale sudafricano. Il cui obiettivo è di aiutarti a trovare un equilibrio tra studio e carriera. Magari facendo dialogare club e ateneo, perché tutti si è “allo stesso tavolo”. Aiuta anche allenarsi nella stessa struttura in cui si studia, lasciando poi spazio al tempo libero. In questo, la scuola italiana non contempla, nelle ore curriculari, lo sport ad alto livello e costringe tutti a praticarlo in altre sedi e altri orari… Tornando alla scelta di Manfredi, tutti pensano che giocare a questo livello sia allenamento e partita. Dimenticando il lavoro di preparazione e revisione delle partite, il lavoro in palestra e quello extra”.

 

Da quando è arrivato Dedè i concorrenti non sono durati più di due stagioni, è sempre riuscito a ritagliarsi molto spazio - anche in virtù dell’assenza di impegni internazionali - passando dal regno di Kieran a quello di Bortolami senza scomporsi più di tanto…. Prosegue su www.allrugby.it

 

 

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