2 mesi fa 10/07/2019 01:41

Australia: Brad Burke “mi fido di Cheika”

Le chance dell’Australia al mondiale giapponese nelle parole di Brad Burke, numero 9 wallaby con Ella e Campese (con un passato anche in Italia, a Milano)

Articolo pubblicato su Allrugby di luglio 2019, numero 138

di Federico Meda

 

È la stagione 1988/89, l’Amatori Milano è da poco nell’orbita di Silvio Berlusconi e sono richiesti due stranieri di livello. Il primo è David Campese che si piazzerà, con alterne fortune, all’apertura, l’altro è un mediano di mischia: Bradford, per tutti “Brad”, Burke, fratello di Matt (23 caps con i Wallabies a centro) e figlio di Peter, internazionale (kangaroo) con il League. Sarà la prima stagione in cui una squadra milanese si riaffaccia ai piani alti della Serie A - a febbraio i bianconeri sono primi in classifica, non succedeva dal 1958 con i biancorossi del Milano - ma il XV allenato da Guy Pardiès raggiunge “solo” le semifinali scudetto, perse contro Rovigo (targato Colli Euganei), a sua volta battuto in finale dal Benetton Treviso. Brad è un mediano di mischia di grande caratura, esplosivo, intelligentissimo che non ha paura di niente e la sfida decisiva con Rovigo la gioca con un turbante dopo un “regalo d’altri tempi” ricevuto in ruck da un polesano. Ha venticinque anni, proviene dal Randwick Sydney (come Ella e Campese del resto) ed è nel pieno della carriera; vive in un appartamento a Milano 2, approfitta della struttura organizzativa della polisportiva Fininvest, gli capita perfino di incontrare Berlusconi o di andare a Milanello per conoscere il trio degli olandesi - Gullit, Rijkaard, Van Basten. Nel tempo libero? Gira in lungo e in largo la penisola: “Come amateur avevamo spesso il lunedì e il martedì a disposizione, ci capitava di rimanere nella città in cui si era giocato la domenica. Ricordo terrific nights a L’Aquila, Roma, perfino a Montecarlo. È stato un anno indimenticabile, passato con amici, la mia fidanzata e i miei genitori in visita. Perché sono rimasto una sola stagione? Si potevano avere solo due stranieri e l’anno seguente ingaggiarono Mark Ella, il migliore di tutti. Non ci furono mai dubbi tra tenere me o Campese, ovviamente”. Brad ci ride su, non è la prima volta che gli succede: in nazionale si trova davanti uno degli halfback migliori della storia Wallaby, Nick Farr-Jones. Guadagnerà un solo cap, il numero 675, mentre volge al termine un vittorioso Scozia-Australia 1988. Un tour che lo vede protagonista di uno degli infrasettimanali, in qualità di capitano, contro Edimburgo. È grazie all’ultima partita dei turisti - a Roma contro l’Italia, sepolta da tanti punti, 6-55, per gli azzurri due calci di Bettarello - che matura l’avventura milanese. Una stagione in cui l’apice, nei ricordi dell’interessato, è “la semifinale in Sicilia di quel campionato”. Lui pensa di essere stato a Palermo, in realtà si era a Catania ed era un quarto di finale ma chissenefrega. Sentirlo parlare è contagioso anche se alimenta i rimpianti per l’era amatoriale, in cui tutti si aveva un lavoro oltre al rugby, Brad è molto onesto: “I couldn’t do more. Ho giocato in Nazionale, ho vinto l’ultimo Hong Kong Seven per l’Australia, ho girato il mondo, conosciuto gli amici di una vita, fatto esperienze indimenticabili”. La seconda vita lo vede, grazie a un suo compagno di squadra, imprenditore di un certo successo nel mondo delle protesi e degli impianti per il recupero da infortuni, incidenti o problemi legati alla vecchiaia. Ambito di intervento affine a un rugbista, vien da dire. Ora Brad vive il rugby da spettatore, da cliente di un prodotto che considera decisamente in crisi dalle sue parti: “La crisi dell’Australia dipende principalmente da errori gestionali perché il vero problema è che il ciò che cercano di vendere, il Rugby Union, non è all’altezza dei soldi che vengono chiesti. Quando vedo le squadre neozelandesi giocare penso “che spettacolo!””. È quella la chiave. Purtroppo in questo momento il nostro rugby non è a quel livello e la competizione con gli altri tre sport - calcio, league e australiano - rende tutto più complicato. E poi, tutta questa rincorsa alle risorse, economiche e di spettatori, per l’apice della piramide, fa si che si stia trascurando la base. E senza la base non c’è futuro perché non riesci a produrre giocatori a sufficienza per il livello in cui dobbiamo competere”. Un giudizio severo ma che, se si parla di Coppa del Mondo, si addolcisce, complice il record storico dei Wallabies: in otto edizioni solo due volte ha mancato l’appuntamento con le semifinali (1995 e 2007). “Se tu giochi e ti comporti da squadra e hai tempo, di settimana in settimana, di migliorare non è escluso che l’Australia riesca - com’è già capitato - di essere il “best team in the game”. È quello il trucco: vincere le singole partite fino alla finale e poi vedere cosa succede. La differenza la fa un concetto semplice: be a champion team or a team of champions”.

 

Pronostico

Per il mondiale sono fiducioso, perché abbiamo sempre fatto bene. E mi fido di Michael Cheika. Veniamo dallo stesso club, lo conosco da una vita ed è uno che lavora alla grande quando si parte da una posizione di underdog. In ogni caso, se dovessimo arrivare in fondo, o addirittura vincere, sarebbe una grandissima sorpresa anche per me. A livello generale vedo favoriti i neozelandesi, appena dietro l’Inghilterra di Eddie Jones.

 

Giocatori chiave

Al momento non è ancora ben chiaro su chi punterà Cheika. C’è il problema Folau e spero che Courtney Beale possa coprire lo spot a 15. Penso che Genia sarà il faro della squadra insieme alla terza linea, sperando Pocock sia in buone condizioni. Lui e Hooper sono sempre una garanzia, soprattutto a livello di dinamicità. Non mi è chiara la scelta a numero 10, forse non lo è neanche a Michael al momento. Di positivo c’è che siamo una squadra molto esperta, ovvero sommiamo tanti caps nei 23. Ma potrebbe essere un limite in un torneo lungo e logorante come il mondiale. Il coach dovrà essere bravo a mischiare le carte per avere un po’ di freschezza dalle nuove leve senza alterare gli equilibri di spogliatoio.

 

La pool

Penso ci sia andata abbastanza bene rispetto ad altri. Con la Georgia potremmo fare un buon test sulla mischia, stando attenti a non sottovalutarne la fame. Il Galles è un’ottima squadra per capire il nostro livello per la fase successiva, le Fiji e il loro gioco rotto un’occasione per giocare a viso aperto. Vincere la Pool si rivelerà fondamentale: si dovrebbe evitare l’Inghilterra nei quarti (in favore di Francia o Argentina) e, andando avanti, la Nuova Zelanda in semifinale.

 

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