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E’ iniziato un altro 6 Nazioni e siamo ancora qui a cercare nuovi argomenti per analizzare senza giudizi, per cercare di capire, per offrire punti di vista e possibili soluzioni alla situazione sempre più complessa della nostra prima Nazionale, quella cui si volge inevitabilmente lo sguardo di tutto il movimento.

In questa rubrica ho spesso ricordato come il focus debba rimanere sulla prestazione sportiva, perchè il risultato è una “semplice” conseguenza di quello che viene fatto in campo momento per momento. Non mi interessa quindi commentare l’entità dell’ennesima sconfitta, quella con la Francia, piuttosto analizzerò alcuni segnali che mi fanno disperare nel vedere una concreta, sostenibile inversione di tendenza rispetto a prestazioni scarse sotto tutti i punti di vista, in particolare sotto quello mentale.

O’Shea e Franco Smith hanno raccolto eredità pesanti. Non è facile essere lucidi e programmare il lavoro quando porti sulle spalle l’insostenibile pesantezza dell’aurea del perdente. D’altro lato, qualcuno potrebbe dire, avere niente da perdere dovrebbe essere una garanzia di tranquillità.

Fatto sta che dopo le scelte confuse di O’Shea, emerse dopo un po’ di tempo, oggi assistiamo già a scelte di Franco Smith che sembrano frutto di una mancanza di fiducia di fondo.

La formazione messa in campo sabato scorso voleva forse preservare alcuni giocatori più esperti della nostra squadra per un secondo tempo di maggiore intensità. A quel secondo tempo siamo arrivati ovviamente con diverse mete sul groppone e il morale sotto i tacchetti. La squadra giovane, sperimentale, da far crescere, aveva e ha una logica, ma bisognerebbe forse avere il coraggio di portarla fino in fondo.

Come avranno invece preso la panchina i vari Canna, Palazzani, Ruzza, Mbandà? Che tipo di comunicazione avranno ricevuto e dunque che tipo di conseguenze possiamo aspettarci sulla motivazione di giocatori che dovrebbero essere, per esperienza internazionale, i leader del gruppo? Non lo so, ma quello che ho visto in campo non mi lascia tranquillo sulla gestione del gruppo. Già alla prima meta subita abbiamo visto giocatori lamentarsi con i propri compagni, episodio che si è ripetuto poi più volte nel corso del match. Non si vedono leadership in campo, nè singole, nè tantomeno condivise. Anche la rinuncia di Minozzi non è un buon segnale.

Traspare una insistente mancanza di fiducia, forse figlia di mancanza di chiarezza. D’altro canto, Franco Smith è arrivato davanti ai giornalisti prima difendendo i propri giocatori oltre ogni credibilità (“La Francia non è stata così meglio di noi”), poi fornendo loro alibi ingiustificati per dei professionisti (il concetto espresso è stato: abbiamo sbagliato tanti placcaggi perchè in allenamento non possiamo fare contatto più di tanto, rischiamo degli infortuni, sarebbe servita un’amichevole. Come se per i Francesi o gli Inglesi fosse diverso).

Si continua a parlare di grinta e di voglia, ma quelle non sono mai state in dubbio. Il fatto è che non sono minimamente sufficienti per essere competitivi con Nazionali che vivono il rugby non come una pratica sportiva, ma come uno stile di vita vero e proprio. Insomma, crederci non basta, ma ora come ora il dubbio legittimo è che in questo progetto non ci si creda, davvero, fino in fondo.