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Tommaso Boldrini - Foto Stade Rochelais
Tommaso Boldrini - Foto Stade Rochelais

Si parla di “cervelli in fuga”, dell’emigrazione all’estero di talenti italiani e Tommaso Boldrini ne è un esempio lampante nel mondo del rugby, stavolta nel coaching. Nato ad Empoli, preparatore atletico con diversi anni di esperienza nella massima serie italiana Top10 prima con Cavalieri Prato e poi con Rovigo, nel 2017 vola nel Top14 francese a La Rochelle. Dei giallo-neri è diventato il responsabile della performance vincendo la Champions Cup due volte in due anni, l’ultima sabato scorso a Dublino quando lo Stade Rochelais si è reso protagonista di una rimonta da antologia del rugby sui padroni di casa del Leinster.

 

“Ora l’obiettivo è conquistare, per la prima volta nella storia del club, il “Bouclier de Brennus” (tradotto lo Scudo di Brenno, è il trofeo per chi vince la finale del Top14 massimo campionato francese ndr)”, Boldrini vuole continuare a fare la storia con lo Stade Rochelais prima di trasferirsi a Montpellier dove ha appena firmato un contratto triennale da capo preparatore atletico.

 

Tommaso Boldrini intervista dall’Avanti ha spiegato il significato dell’Alto Livello in questo sport.
 

“Ritengo che l’Alto Livello per club nel rugby non è il Super Rugby, la Premiership o URC ma è il Top 14. Per vari motivi legati alla storia della Federazione francese, all’organizzazione del campionato, al budget delle squadre, all’identità perché il modello economico e il modello di sviluppo di un club è molto identitario sin dalla costruzione dei giocatori che hanno in “casa” e alla cultura molto forte”.


 

Com’è stato il salto dal rugby italiano a realtà come La Rochelle?

“E’ stato un salto incredibile. Hai bisogno di tempi per l’adattamento che deve cominciare con imparare la lingua, appropriarsi dei codici, simboli, dna che ogni club ha qui in Francia ma la cosa più difficile è passare da un “plan” come puoi avere nel Top10, dove da cinque settimane di preparazione e giochi quelle quindici partite l’anno, passando alle trentacinque partite a stagione qui. L’impiego del tempo è assolutamente altro, i rapporti nello staff è completamente diverso, insomma tanta umiltà e voglia di fare, aggiornandosi continuamente per essere molto preparati e pronti ad affrontare una sfida gigantesca”.
 


 

Invece la definizione di Alto Livello per il preparatore degli attuali campioni d’Europa?

“E’ sbagliato considerare solo l’aspetto fisico. Il rugby è talmente cambiato negli ultimi anni, e muta in continuazione, che non possiamo incasellare la “perf” rugby con la forza, la velocità, l’esplosività. Per me il rugby è uno sport fatto di corsa e combattimento in cui ovviamente ci sono delle caratteristiche che vanno mixate con l’aspetto tecnico e tattico. L’Alto Livello è capire che all’interno della “perf” c’è come una sedia con quattro gambe che sono, l’aspetto fisico, quello tattico, quello tecnico e quello mentale. Se si sviluppa il giocatore di rugby evoluto, quindi nell’Alto Livello, considerando solo l’aspetto fisico si sbaglia di grosso. Devi pensare ad un modello più complesso dove queste quattro caratteristiche sono strettamente connesse una all’altra. Non esiste più il giocatore esclusivamente dotato fisicamente ma queste doti devono essere messe al servizio di una qualità di abilità tecnica elevatissima”


 

In Francia ci sono degli standard che sono elevatissimi.

"L’Alto Livello necessita di grandi risorse, sia umane, con persone che provengono dal set up, sia economiche e da qui nasce il progetto con il grande merito della Francia di non perdersi nelle cose inutili ma di spendere non bene ma strabene e, credimi, questo non succede ovunque. Un altro aspetto legato alla “perf” rugby, che magari in Italia non se ne parla molto, è considerare il rugby come il risultato della cultura che come club costruisci, è il risultato del rugby che vuoi praticare, e una volta che hai una forte cultura nel tuo club, una volta che hai una chiara identità rugbistica, costruisci degli standard. L’aspetto fisico-atletico lo metto all’ultima battuta perché se non hai identità e cultura o non sai il rugby che vuoi praticare gli standard non ti servono a niente. Quello che ho visto qui è che, sia Federazione, sia i club, hanno molto chiaro questa immagine e lavorano veramente insieme per aver una cultura molto radicata nel club che non sono le regole che ti dai ma tutte quelle insieme di norma che servono a farti riconoscere pienamente in uno sforzo comune, in una riuscita comune, in una vera e propria “perf” collettiva che, attenzione, non è solamente quella che vedi in campo ma è come ti prepari. Non è solo prepararsi bene ma è uno stato fisico-mentale assolutamente necessario altrimenti undici mesi di agonismo a questi livelli diventano un’eternità. Ronan (O’Gara Head Coach de La Rochelle ndr) dice sempre, prepara bene lo stato d’animo, chiamala positività o come vuoi, perché la performance è là”.


 

“L’intensità è una conseguenza di quanto ci siamo appena detti. Più sei padrone del rugby che vuoi praticare, conoscendo il tuo ruolo, e il tuo ruolo all’interno della squadra, più riesci ad aumentare il cursore dell’intensità perché spesso i giocatori che arrivano a questo livello hanno capacità di adattamento elevata e, quando dico elevata, intendo giocatori che giocano ventotto partite l’anno mentre altri dieci.

 

Qui il mio ruolo è molto importante perché oggi il rugby ad Alto Livello è fatto di tanto gioco senza palla. Questo gioco senza palla fatto per attaccare l’avversario, per esempio con il gioco al piede, è iper importante, forse più di quando hai la palla, e tutti i giocatori che sono in campo devono sempre sapere cosa fare. Pensa solo quante mete sono realizzate dal gioco aereo, cosa fai nella fase immediatamente prima o due o tre fasi precedenti è la chiave del nostro lavoro perché noi stimoliamo i giocatori, quella che io chiamo la fisio del rugby. Manipolare gli indicatori della perf, visto che si deve mediare la differente intensità fra allenamenti e match, per creare delle sedute su prestazione e intensità. Anche in Italia si dovrebbe cercare di andare in questa direzione visto che il rugby è passato da uno sport di resistenza, come era fino quindici anni fa, a uno sport di velocità sette anni fa a uno sport attualmente di accelerazione-decellerazione-combattimento. I giocatori di oggi non fanno le stesse cose dei giocatori della metà degli anni duemila. Quindi il modello prestativo non è lo stesso e non si può più pensare all’intensità come si considerava in passato, quando era uno sport di resistenza ma oggi è comprendere e agire in tempi veramente rapidi perché solo se hai questa capacità l’intensità è lì che ti aspetta perché mezzo secondo prima dei tuoi avversari fa la differenza”.


 

Come gestite nel vero professionismo il rapporto fra lo staff e i giocatori?

“Chiaramente non possiamo dimenticare che lavori con delle persone e non con delle macchine. Il giocatore pensa e fa quello che gli dici ma analizzando e chiedendosi se serve per raggiungere il suo obbiettivo e se, anno dopo anno, proponi le stesse identiche cose la squadra non potrà avere un miglioramento. In un ambito di competizione come il Top14 devi considerare che sono tutti molto competitivi e se non giochi non stai bene perché se sei contento di non giocare hai sbagliato lavoro. Io non faccio e non propongo quello che facevo anche lo scorso anno perché questo sport cambia di anno in anno, come cambiano non i ruoli ma i profili dei giocatori. Tutto questo fa si che bisogna approcciarsi ai giocatori in maniera diversa perché la loro perf risente di questi fattori. Se non prendiamo in conto tutto quello che gira intorno al giocatore non capiremo quello che veramente dà a una società”.