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Dai tempi del pernacchio del grande Eduardo fino alle monetine sulla testa di Craxi. Ma a tutto dovrebbe esserci un limite. Leggo e sento, in questi giorni, dipingere il ritorno alle Zebre di Padovani come una sorta di sconfitta personale del presidente Gavazzi. Reo, secondo alcuni, di essersi in qualche misura opposto alla concessione del nulla osta dell’estremo sul punto di trasferirsi a Tolone. Non pretendo di aver capito tutto e bene, ma la cosa devo dire che mi riesce di difficile lettura. In cosa, o cosa, avrebbe “perso” Gavazzi con il ritorno a Parma di Padovani? Di un giocatore che, secondo il presidente federale, andando a Tolone stava commettendo un errore il quale, a sette mesi dal grande passo, ha lui stesso riconosciuto che di un errore si è trattato? Non riesco a capirlo, non ci arrivo, come si dice dalle mie parti. Dirò di più, nei giorni più caldi della polemica estiva (Fir da una parte, giocatore, procuratore e Tolone dall’altra), non mi sarei stupito se, a un certo punto, Gavazzi se ne fosse uscito con una sorta di consiglio paterno, o paternalistico (dopo il tentativo/annuncio di andarci giù duro fino a far intervenire World Rugby), dal momento che l’uomo di Calvisano certi toni li possiede. Del tipo: “Consiglio al giovane Padovani di rimanere dov’è, almeno per qualche stagione, e di valutare proposte come quelle di Tolone solo dopo aver completato il processo di maturazione in corso”. Traduzione del più diretto: “Padovani, ma cosa ci vai a fare, adesso, in mezzo a quelli veri? A portare l’acqua in allenamento, a farti qualche selfie, a giocare una volta al mese e quasi sempre alzandoti dalla panchina?”. Si fosse espresso in tale crudissima maniera, Gavazzi sarebbe stato, sì, mediaticamente linciato sulla pubblica piazza ma, sette mesi dopo, qualcuno avrebbe dovuto ammettere che aveva visto giusto e colto perfettamente nel segno. Ma siccome non l’ha fatto, ora qualcuno si sente autorizzato a prenderlo per i fondelli invitandolo a “ciapar su e porta a casa”. Boh.