1 anno fa|2 anni fa 11/05/2017 12:28

Cacho Mastrocola "L'Italia? un paese monosportivo senza un terzo tempo mediatico"

La parola a Norberto Cacho Mastrocola sulla presenza del rugby nei mass media nazionali

Negli ultimi anni ci siamo limitati a vedere i problemi del rugby italiano in campo. Purtroppo il problema della palla ovale italiana passa anche dal piccolo schermo. Perchè la popolarità e il seguito di uno sport è figlia del coinvolgimento dei media televisivi che con la loro capacità magnetica dovrebbero aumentare l'interesse del pubblico; e invece in Italia continua a non esserci spazio per il rugby nelle grandi reti televisive. Intendiamoci, per "rugby" non intendo i grandi eventi in vetrina, ma approfondimento, news, notizie di mercato, tutto ciò che oggi ha dato voce ai siti internet specializzati che hanno deciso di parlare di "Ovalia" a 360°.

Per avere delucidazioni e capirci qualcosa in più ecco che oggi ho intervistato Norberto Mastrocola... o come è più noto a noi... Cacho. Lui che da quasi vent'anni racconta il rugby italiano, prima per RTB e adesso per Brescia.tv, con il suo programma Special Rugby, e voce delle partite del Calvisano su theRugbyChannel. La sua parlata profonda intramezzata dall'accento ispano-argentino (di Buenos Aires, ma di origini abruzzesi), le sue frasi tipiche come "Vamos", "Abbiamo vinto!" lo hanno reso una figura di spicco della palla ovale ormai ben nota agli appassionati, una voce del rugby che meriterebbe di essere uno dei "Tre Tenori" insieme ad Antonio Raimondi e Vittorio Munari. Un'esperienza iniziata in Francia, dove ha saggiato il modo di fare dei network e la professionalità con cui si parla e si approfondisce uno Sport come il rugby.

Con lui ho scambiato più una chiacchierata che un'intervista, in un soleggiato sabato mattina, e lui con grande disponibilità e schiettezza ha detto un pò come stanno le cose nelle reti televisive italiane:

Norberto hai parecchi anni di tv alle spalle. Quando hai iniziato questo lavoro qui in Italia e, soprattutto, che spazio occupa oggi il rugby nelle reti televisive locali nel Nord-Italia, li dove la palla ovale ha maggiore seguito.

"Beh il discorso inizia nel 1998, quando iniziai a lavorare per RTB (Retebrescia). Con me c'era anche mio fratello, ex-rugbysta che faceva da regista. Andavamo in diretta la sera e con me, come opinionista, c'era Gianluca Barca. Un'esperienza bellissima e anche molto longeva visto che è durata fino al 2012. Dopodiché passai a Brescia.tv, dove mi sono appoggiato per produrre "Special Rugby". Ad ogni modo, in entrambi i casi, non c'era un vero e proprio "spazio per il rugby". Per ritagliarsi uno spazio bisogna "pigiare", pagare la rete televisiva che ti mette a disposizione lo studio... ma non perchè l'emittente vuole dedicare uno spazio al rugby. Io per un periodo ho evitato di pagare l'utilizzo dello studio, facendo le riprese all'esterno, senza organizzare un talk-show come ero solito fare."

"Quest anno mi sono dedicato ad un canale web e Brescia.tv mi ha dato uno spazio "free" per dare le partite del Calvisano in casa, per il quale faccio la telecronaca delle sfide di Eccellenza su "theRugbyChannel". In questo modo la rete di Brescia.tv mi da quattro segmenti da dodici minuti da riempire con i momenti migliori della partita".

Certo se a livello locale, come di consueto, bisogna pagare per avere uno spazio dedicato... figuriamoci a livello nazionale quale può essere l'interesse delle reti tv per il rugby. A riguardo tu hai mai proposto una trasmissione d'approfondimento sul rugby a un'emittente nazionale?

"Diciamo che con Sky ho collaborato in maniera trasversale quando mi hanno chiesto qualcosa e lo facevo volentieri, come in occasione della Coppa del Mondo 2007 o due anni fa quando ho collaborato per le partite della Challenge Cup. Altre collaborazioni le ho avute con Sportitalia, quando facevo la telecronaca delle partite dell'Argentina insieme a Stefano Bettarello. Non ero mai io in prima persona ad occuparmi di trasmissioni o programmi dedicati, perché trovare spazio sulle reti nazionali è difficile; li ognuno ha i suoi ruoli e ci tengono, sia per quanto riguarda la Rai, Sky o Mediaset. Per di più io… probabilmente… ho un limite: sono straniero. Ho proposto a più riprese alla FIRdei programmi dedicati, sia a Dondi che ad Alfredo (Gavazzi).  Poi non so che meccanismo subentrava e le mie proposte morivano li, non andavano avanti.

Purtroppo quello che manca in Italia è la capacità di occuparsi di questo sport attraverso un bel format, cosa che io faccio da vent’anni. È sempre mancata questa capacità. Così ci ritroviamo con un deficit tremendo di comunicazione nel rugby; e penso che la colpa di tutto ciò sia della Federazione che da anni cede i diritti degli eventi al primo che passa senza mettere, come condizione, che si parli di rugby nel corso della settimana attraverso dei format appropriati come esistono in tante nazioni. Io ho vissuto per tre anni in Francia, quando giocavo, e ho visto la grande professionalità di network come France 2 e Canal+. Quando ho iniziato a fare rugby in tv ho preso tanti spunti da loro proprio perché erano da emulare”.

“In Italia bisognerebbe cambiare tutto; abbiamo sentito i buoni propositi di O’Shea, ma io credo che sia soltanto l’entusiasmo del momento… poi la fiamma si spegne e non si arriva a niente.”

In effetti sta accadendo l’assurdo. Fino a poco più di dieci anni fa reti televisive come Sportitalia avevano maggiore interesse per la palla ovale, sia per gli eventi trasmessi sia attraverso un format come “Total Rugby”. Come è possibile che negli ultimi anni il rugby è diventato più popolare ma la presenza della palla ovale in tv ha subito una decrescita.

“Sono quasi vent’anni che ripeto che il rugby va comunicato a 360 gradi, non solo a livello locale ma anche a livello nazionale. Ricordo “Total Rugby”. Un bel format… ma non era un prodotto italiano. Era voluto dall’International Rugby Board e veniva “tradotto”. Quello che invece serve in Italia è un programma dedicato al movimento nazionale che si occupi delle franchigie in Pro12, dell’Eccellenza, dei campionati minori… fino al rugby di base, vale a dire i ragazzi e i bambini.”

“Si è vero negli anni la Federazione ha riempito il Flaminio e poi l’Olimpico, e questo lasciava credere che il rugby si stesse sviluppando a dovere. Invece quest anno abbiamo visto come la media pubblico è crollata (ricordiamo ancora i 40.000 spettatori per Italia-Galles, ndr.). Questo perché il problema è sempre lo stesso: durante il Sei Nazioni il rugby si segue tanto, ma durante l’anno si segue pochissimo.”

Un altro problema fondamentale è data dalla mancanza di sponsor istituzionali, quelli forti, che ti danno la capacità di fare una campagna mediatica; la FIR non è mai stata in grado di attirare sponsor del genere. Una carenza che coinvolge anche i Comitati regionali, i quali dovrebbero fare un lavoro sul territorio per attirare l’attenzione dei media locali.”

E poi c’è un problema di base: qui in Italia non c’è cultura sportiva… o meglio… c’è una cultura monosportiva. E cosa succede quando in una Nazione si punta soltanto su di uno sport? Che si sale sul carro del vincitore quando in un altro sport, in uno sport diverso dal calcio, si vince. In questo modo possiamo dire “Abbiamo vinto”. Ormai conoscete la mia frase provocatoria. Perché abbiamo vinto? Perché in questa Nazione basta salire sul carro del vincitore. È un sistema problematico quello italiano”.

E di questa carenza, secondo te, ne approfittano le pay-tv che riescono ad accaparrarsi i diritti di eventi rugbystici di grande spessore?

“A me sta bene che eventi come la World Cup o il Rugby Championship finiscano sulle tv satellitari ma non deve mancare l’informazione quotidiana sul rugby. I grandi eventi devono essere contornati da programmi d’approfondimento durante la settimana, programmi riguardanti le franchigie, i campionati nazionali, il rugby di base. Lo spettacolo, finalizzato all’audience, non basta. Anche perché, intendiamoci, Sky darà eventi d’impatto commerciale come il Super Rugby, il Rugby Championship, i Test match estivi, ma sta mancando eventi molto più rilevanti e visibili come il Top14 e la Challenge Cup(il fuso orario di certo non agevola le partite giocate in Australia e Nuova Zelanda, ndr.).  Per il resto non c’è un’informazione assidua su questo sport. Non si parla di allenamenti, interviste a giocatori e allenatori, non si parla della vita nei club.Ci vuole anche il rugby di base, quello di tutti i giorni. Non esiste un “terzo tempo mediatico”.

In tutto ciò, come hai anticipato, ci sono gli “italiani medi” che hanno un’immagine un po’ contorta della palla ovale. Ricordo un noto telecronista, in passato direttore di Sky Sport, quando affermava che “L’Italia del rugby prende 50 mete e perde con 50 punti di scarto.”

“Il lato positivo, quest anno, è lo spazio che Mediaset dedica all’Eccellenza nel fine settimana. Prima non succedeva questo. Possiamo dire che theRugbyChannel con l’Eccellenza sta avendo più successo del Pro12.”

“È vero, Caressa non ha mai amato il rugby, ha sempre mandato messaggi negativi… ma non è l’unico a parlarne male. Ci sono tante altre persone che lo fanno. È un peccato che in questo Paese la palla ovale non sia stata valorizzata e mi dispiace per voi tifosi e appassionati italiani.”

E dispiace anche a me. Purtroppo siamo su di una scialuppa in mare aperto: l’unica cosa che ci resta da fare e rimanere a galla. Norberto ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Hasta la vista!

“Hasta la vista amigo!”

 

Foto Stefano Delfrate

Kristian Gatta  1 anno fa|2 anni fa

Grande amico, grande comunicatore ovale, grande giocatore. Sempre così, Cacho!

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