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Dopo che lo stesso Sergio Parisse ha esternato la volontà di tornare a giocare con l’Italia al prossimo Sei Nazioni e dopo che, di risposta, il CT dell’Italrugby in persona si è detto favorevole: “Sono stato chiaro con lui: se la condizione sarà quella mostrata a settembre, al di là del nome e del curriculum, sarà una convocazione dovuta. Non è solo esperienza: i fondamentali, il gioco palla in mano che voglio caratterizzi la terza linea a la capacità di gestire la touche possono fare la differenza” ha commentato Crowley, l’ex capitano dell’Italia del rugby si è lasciato andare a un commento di questa nuova nazionale guidata dal neozelandese.

 

Dall’alto dei suoi 38 anni e delle 142 partite con la maglia azzurra cosa pensa Sergio dell’Italia vista a novembre contro All Blacks, Argentina e Uruguay?

“Da spettatore ho visto situazioni interessanti e altre da migliorare. La prestazione difensiva contro gli All Blacks ha forse dato un eccesso di fiducia, con l’Argentina e ancor più con l’Uruguay, le difficoltà sono state evidenti” ha dichiarato qualche giorno fa dalla Gazzetta.

 

Ma cosa è successo dopo alcune discrete partecipazioni al 6 Nazioni dal 2006 al 2013? Con l’Italia che non vince in casa appunto dal 2013 (Italia - Irlanda) e fuori casa dal 2015 (Scozia - Italia).

“Ci si è seduti sugli allori di una generazione che ha retto per 15 anni senza pensare al futuro. Quando l'anagrafe ha imposto un cambio, quando io, Zanni o Ghiraldini, gli ultimi di quel gruppo, ci siamo fatti da parte e prima ancora i Castrogiovanni, i Masi, i Canale, sono mancati i riferimenti. E il Sei Nazioni, con tutto il rispetto, non è l’Urc”.

 

Cos'ha sbagliato il movimento dall'ingresso nel Torneo del 2000 in poi?

“Da Dondi a Gavazzi, da Gavazzi a Innocenti: ogni gestione, sfruttando grandi risorse economiche, ha provato o prova a fare il meglio. Non faccio confronti. Prendiamo il discorso delle Accademie: sono state istituite poiché nei club mancavano mezzi e conoscenze. Hanno dato frutti che ora vengono messi in discussione. Da fuori è arduo dire chi abbia ragione”.

 

Vede una via d'uscita dalla crisi?

“Serve continuità e alcune figure sulle quali puntare nel lungo periodo. Non mancano: penso a Lamaro che, a 23 anni, ha le qualità per diventare un grande capitano, noto i progressi di Garbisi, il cui arrivo in Francia e stato salutato con scetticismo, ma che a Montpellier sta facendo bene. Ha talento e personalità. Guardo agli azzurri di Francia: Mori all'ala fa bene, sono incuriosito dal ritorno di Campagnaro, in ProD2 seguo Capuozzo, Iachizzi e Gori”.

 

Quali dovranno essere gli obiettivi della Nazionale?

“Il primo dev'essere il Mondiale 2023: serva da trampolino per il prossimo decennio, coi giocatori di 26-29 anni a trainare gli altri”.

 

Qual è il segreto della Iongevità di Parisse che a 38 anni gioca titolare a Tolone e si prepara al 6 Nazioni?

“La conoscenza del mio corpo. E la capacità di tenere a bada l'istinto. In palestra, mio malgrado, ho smesso di fare un sacco di cose: basta squat, girata o strappo coi pesi. Piuttosto tanti esercizi per una schiena che, a livello lombare, tra protrusioni varie e molti acciacchi, risente dell'usura. Meno intensità, frequenze, e anche generosità, figlia in passato di diversi errori e più intelligenza. Se l'allenamento comincia alle 20, comincio a fare stretching alle 18.30” ammette Sergio dalla Rosa.

 

Infine, cosa c’è nel post carriera di Sergio Parisse?

“A fine stagione sarò senza contratto, vedremo. Resterò nel rugby, ne sono malato. Nel maggio 2023, insieme ad altri 15 giocatori in attività e a diversi stagisti, avrò il diploma francese da allenatore. Già ora a Tolone lavoro due volte alla settimana con l'under 16 e cerco di armonizzare le chiamate in touche di tutto il club. Giocherei fino a 45-46 anni, ma serve capire quando dire stop. Non vuol dire arrendersi”.

 

 

 

Foto Francesca Pone

 

 

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