3 mesi fa 16/03/2020 19:03

La promettente Francia di Galthié e l’obiettivo 2023

Intervista a Philippe Doussy

Philippe Doussy è passato dallo staff di Brunel al Racing 92. Ed è convinto che la Francia sia finalmente a una svolta.

L’intervista a Philippe Doussy è consultabile su Allrugby numero 143

“La Francia? Sono molto fiducioso. Abbiamo avuto anni deludenti rispetto al potenziale del movimento: dal 2010 (Grande Slam nel Sei Nazioni, ndr) non abbiamo vinto più niente. Ma adesso le cose si stanno mettendo a posto”.

Philippe Doussy, 49 anni, una dozzina dei quali trascorsi in Italia, tra Rovato, Leonessa 1928, Nazionali e Accademia, lo scorso maggio ha lasciato lo staff di Brunel, con il quale era pronto per la trasferta in Giappone, per trasferirsi al Racing 92, dove è responsabile del gioco al piede e della tecnica individuale.

“In certi momenti devi fare delle scelte - riflette - avevo davanti la possibilità di andare alla Coppa del Mondo, ma anche due offerte molto importanti, quella del Tolone e quella del Racing 92. Ho scelto quest’ultima: un grande club, con grandi giocatori, la possibilità di allenarli tutti i giorni, strutture a cinque stelle, uno stadio avveniristico, quattro anni di contratto, non potevo dire di no”.

A Doussy chiediamo di analizzare la salute del rugby francese, dopo un Mondiale in chiaroscuro. “L’équipe de France è la vetrina - dice -, c’è uno staff che ha preso la giusta direzione, con obiettivo la Coppa del Mondo 2023 che si disputerà qui in Francia. Non c’è margine di errore e questo potrà generare pressione, ma Galthié ha in mano le chiavi della squadra, ne ha già verificato le potenzialità al Mondiale, i ragazzi conoscono il suo gioco, si è circondato di uno staff molto competente e ha giocatori forti, donc, c’è molta fiducia”.

Facciamo un passo indietro allora e proviamo a spiegare cosa è mancato nei dieci anni passati, quelli nel corso dei quali, a parte l’essere arrivata in finale ai Mondiali in Nuova Zelanda, la Francia non ha vinto granché.
“Il potenziale la Francia l’ha sempre avuto, su quello non c’è dubbio. Ma non è stato espresso per diverse ragioni: a volte dipendeva dalle politiche federali, in qualche caso i giocatori sono arrivati agli appuntamenti internazionali sfiniti, dopo essere stati impegnati nei tour estivi, nel Top14, nei test di novembre e infine nel Sei Nazioni, forse in qualche caso ci si è affidati a progetti di gioco un po’ vecchi, o non adatti al tipo di giocatori a disposizione, e si è impiegato un po’ anche ad accettare i modelli di staff anglosassoni, con competenze specifiche e articolate nei vari settori e nelle varie aree del campo”.

Perché adesso le cose dovrebbero essere diverse?
“Intanto perché i vivai esprimono una qualità incredibile e al vertice stanno arrivando giovani che hanno vinto due volte il Mondiale U20, che hanno doti eccezionali e una grande freschezza. E poi perché adesso c’è un rapporto più costruttivo tra club e FFR, le relazioni sono meno tese, si cerca di non spremere più i giocatori come una volta, c’è collaborazione, si gestiscono le loro forze un po’ meglio, evitando di fargli fare otto partite di seguito, finché non si reggono più in piedi”.

Il Top14 resta una competizione durissima però.
“Il Top14 è una maratona, si gioca da metà agosto a fine giugno, undici mesi, nessuna partita è scontata, ogni punto è importante, è una competizione molto stressante, ma l’atmosfera è bellissima, gli stadi sono sempre pieni, ci sono le grandi rivalità, i derby, è tutto molto appassionante. Certo, ci vuole una grande forza mentale, basta perdere due/tre partite e tutti sono subito sotto pressione, i giocatori, i dirigenti, lo staff”.

Tu sei stato per due stagioni con la Nazionale al fianco di Brunel, puoi descrivere le sensazioni, l’ambiente?
“Per me è stato stupendo, mi sono divertito moltissimo e ho imparare dai giocatori. Sai, ti trovi davanti gente che magari ha 60 caps e devi convincerli che possono crescere ancora, che possono dare di più. Continuare a crescere, a lavorare è una chiave fondamentale, se pensi di essere arrivato è finita. E allora devi proporgli idee, cose nuove per motivarli, per stimolarli è una sfida continua”.

Tu facevi parte dello staff a Twickenham, un anno fa, in occasione di una batosta epocale con l’Inghilterra, 8-44, una delle sconfitte più pesanti della Francia di tutti i tempi...
“Sì sì c’ero e posso dire che quel giorno loro sono stati due gradini sopra, fisicamente e strategicamente, mentre noi ci presentammo decisamente sotto tono, contro una squadra di altissimo livello”.

È uno dei classici problemi della Francia quello di essere incostante?
“L’abbiamo visto anche ai Mondiali: un primo tempo buonissimo contro l’Argentina, due prestazioni mediocri contro gli Stati Uniti e Tonga, una buona con il Galles, ma in queste competizioni giocare bene due partite non basta.”

Hai esordito dicendo che sei fiducioso...
“Sì perché penso ai nomi che sono a disposizione nei ruoli chiave: Grégory Alldritt, 22 anni, numero otto, Dupont e Serin per il ruolo di mediano di mischia e addirittura tre o quattro giocatori, tutti giovanissimi a contendersi il posto di apertura: Romain Ntamack, Matthieu Jalibert, Louis Carbonel: il più vecchio dei tre ha 22 anni e si tratta di giocatori che hanno già una trentina di partite in Top14 e varie presenze nelle diverse selezioni nazionali. C’è concorrenza, c’è qualità, tutto fa ben sperare”.

E l’Italia, tu che l’hai conosciuta da vicino?
“Cresce, i giovani migliorano molto a livello di qualità individuale, il problema è che gli altri crescono a velocità doppia. Per cui tu credi di avvicinarti ma poi dipende tutto da quanto è largo il gap che resta. Il Benetton è cresciuto molto, è arrivato ai play off in PRO14, ha rischiato di vincere in Champions con Northampton. Treviso ora è una squadra rispettata. Le Zebre devono portarsi a quel livello. Ma è evidente che due squadre sono sempre poche rispetto a chi può pescare da un campionato con 12/14 formazioni tutte più o meno dello stesso valore, tutte in competizione fra loro. Il PRO14 stesso non sempre è un barometro attendibile perché è un laboratorio, è un torneo dove a volte le altre squadre non mettono la formazione migliore”.

Continui a divertirti ad allenare?
“Ah quello di sicuro, il giorno che non dovessi divertirmi più smetterei immediatamente, non puoi allenare se non ti piace”.

 

Foto FFR

 

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