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Abbiamo intervistato il Presidente federale Alfredo Gavazzi, durante l'intervista abbiamo discusso di diversi temi, dai criteri di scelta del nuovo allenatore della nazionale e degli altri nomi in lizza, alla guida tecnica del movimento, alle risorse e la crescita del campionato d’Eccellenza, ai risultati sportivi delle nostre rappresentative.

Parliamo dello staff tecnico in particolare della scelta di O’Shea. Come si è giunti alla sua scelta?

“Prima di scegliere l’allenatore avevamo fatto una job description nella quale individuavamo le caratteristiche che avremmo gradito per la scelta del tecnico, tra le più importanti ne elenco alcune:

1.che dovesse essere discretamente giovane, legata al fatto che avrebbe avuto così più grinta e voglia di arrivare

2.che avesse avuto esperienza nella formazione dei giocatori

3.che fosse un allenatore di alto livello con caratteristiche di positività nel suo percorso di allenatore

Abbiamo parlato con diverse persone, Conor O’Shea è stato colui che ci è sembrato  più vicino alle nostre esigenze. Perchè ha 45/46 anni, perché è stato responsabile delle Accademie inglesi per 5 anni e dell’Accademia (chiamiamola così) federale inglese per 1 anno (è stato direttore nazionale dell’Istituto inglese dello Sport ndr), perché ha avuto una positività nell’allenare le sue squadre negli ultimi 6 anni (ha vinto la Premiership con gli Harlequins ndr)”

Quali sono stati gli altri allenatori contattati?

“Prima di tutti Wayne Smith, poi è stato contattato Michael Cheika ma contemporaneamente era stato esonerato l’allenatore precedente e lui ha accettato il posto alla guida dell’Australia. Abbiamo anche contattato Fabien Galthiè e infine O’Shea”

Contepomi ha dichiarato durante la Coppa del Mondo Junior che noi, come Italia, avremmo tutti gli ingredienti per crescere e fare bene. Discrete risorse economiche, il sistema Accademie e delle franchigie in Pro12, però tutti i punti non sono uniti. Spetterà ad Aboud e O’Shea unirli?

“Le realtà sono un po’ diverse, noi  abbiamo iniziato il lavoro sul progetto Accademie 3 anni fa, praticamente  dal campionato 2013/14, questa è la prima considerazione da fare. Quando si parte da dei ragazzi di 15 anni per arrivare a 20 e chiudere il percorso ci vogliono 5 anni  insomma siamo a poco più di metà strada. Questo percorso è relativamente giovane perché prima il sistema Accademie era un po’ diverso.

La seconda considerazione da fare è che quando sono diventato Presidente i rapporti con il Benetton erano molto tesi, tanto è che Amerino Zatta era un mio competitor mentre in questi tre anni abbiamo trovato un equilibrio e anche una collaborazione positiva con il Benetton. La terza è che, ovviamente, quando si inizia un nuovo sistema si deve verificare che funzioni bene, tant’è che in alcune zone funziona bene e lo lasceremo com’è e in altre zone faremo degli aggiustamenti.

Penso che le condizioni del 2012/13 fossero completamente diverse dalle condizioni di oggi, Brunel è un buon allenatore ma non aveva le caratteristiche della formazione e per questo abbiamo fatto una job description che tenesse conto di queste esigenze.

Quando l’anno scorso la 18 aveva fatto delle buone performance avevo detto che sarebbe stato meglio aspettare a giudicare, quest’anno la 18 ripete la buona performance e contemporaneamente la 17 sta facendo bene per cui penso che questi risultati siano figli di una programmazione.

Ripeto è 3 anni che stiamo investendo in questo settore, per arrivare alla 20 ce ne vogliono almeno 5, immagino che l’anno prossimo l’Under 20 potrà fare un buon campionato dal momento che quest’anno era composta quasi esclusivamente di giocatori del secondo anno e con un anno di maturazione potranno solo migliorare e fare bene”

La 17 e la 18 stanno facendo buone performance

“E’ il primo anno che mettiamo in campo due 17, c’è da considerare anche questo…”

Ma la 20 sta facendo fatica, anche al Mondiale U20 l’estate scorsa ha sofferto

“Questo è un investimento che è cominciato quando i ragazzi avevano 15 anni per arrivare ai 20 e ne sono passati 3, oggi i risultati della 20 sono più frutto di un vecchio sistema che di quello nuovo, è evidente che iniziando a lavorare dai 15 anni ed avendo fatto questa nuova programmazione solo 3 anni fa non possiamo essere arrivati anche all’attuale under20.

Penso anche che con l’esperienza acquisita in questi primi 3 anni e valutando quanto ottenuto noi dovremo lavorare di più tra la 18 e la 20, per cui dal prossimo campionato abbiamo in programmazione delle situazioni migliorative per coloro che escono dalla 18 sino ad arrivare alla 20. Non posso ancora anticiparlo , ma lavoreremo di più e collaboreremo di più con alcune funzioni”

Tornando indietro, riguardo le Accademie parlava di aggiustamenti da fare in alcune zone

“La situazione della Lombardia, del Veneto, di certe zone della Toscana o del Lazio sono completamente diverse dalle situazioni della Sicilia, Puglia, Campania e così vi utilizzeremo metodi differenziati in funzione del numero degli atleti, di quelle che sono le caratteristiche di alcune zone”

Chi sarà tra le figure arrivate con il nuovo staff tecnico ad avere il compito di tirare le fila dei giocatori e stabilirne i percorsi di crescita monitorandoli?

“Penso che non sia mai questione di una persona ma quanto di un gruppo, Stephen Aboud ha il compito dell’alto livello fino all’Under 20 e della formazione dei tecnici, però questo non vuol dire che non collabori con O’Shea tra i cui compiti vi è anche quello della formazione dei giocatori. Lo staff della Nazionale Maggiore si occuperà sia della maggiore che della Nazionale Emergenti, il concetto è che non sono camere stagne ma camere intercomunicanti”

Tema gap economico tra Italia e altre nazioni. Se il campionato di Eccellenza ha perso circa l’80% delle risorse economiche dal 2008 ad oggi

“Non sono in possesso di questa statistica ma posso solo dirle che conosco realtà come Calvisano che ha dovuto ridurre drasticamente il suo bilancio…”

Diciamo allora che il budget a disposizione delle società si è ridotto sensibilmente. Ci sono quindi delle possibilità di recuperare? Oppure dobbiamo pensare che dobbiamo rassegnarci a lavorare con delle risorse limitate e, se si, come potremmo rilanciarlo?

“Il dato di fatto è che da qualche anno siamo in crisi economica. Ma una prima considerazione da fare riguarda un fatto generale dello sport italiano e cioè che i ragazzini, i bambini si affacciano allo sport e non sanno correre o fare una capriola. Quindi in generale sino ai 18 anni abbiamo un grosso gap a causa dell’attività di formazione  che fa la scuola nei paesi anglosassoni e in Francia, questo è un dato di fatto, se guardiamo alle statistiche dell’atletica in Italia difficilmente siamo migliorati come prestazioni.

Anni addietro si giocava correndo in giro per campi e strade, oggi i ragazzi hanno altri attrazioni, e gli educatori sono più impegnati, per forza di cose, alla formazione motoria che a quella tecnica.

La seconda considerazione è che le aziende in tempi di crisi la prima cosa che tagliano sono le sponsorizzazioni, per tutti gli sport rugby compreso, così come faceva la mia azienda che in altri tempi conferiva allo sport importi diversi, d’altro canto una gestione oculata d’azienda impone questo.

La terza considerazione è che non ritengo che a livello economico si possa tornare agli anni passati, per cui dobbiamo adeguarci, ma penso anche che il Governo Italiano e lo sport italiano in generale debbano arrivare alla detraibilità totale o anche superiore al 100% delle somme investite in sponsorizzazioni sportive. Come per coloro che fanno i restauri dovremmo arrivare avere una base imponibile per la detrazione fiscale di 150 su 100 versati.

La scuola italiana non forma o non fa niente per l’attività sportiva, chi fa sport abbassa i costi della sanità, oggi con la crisi degli oratori e la crisi della famiglia, le società sportive serie rimangono l’unico baluardo per la formazione dei giovani per cui fanno oltremodo un’azione sociale e lo Stato deve restituire questo allo sport italiano se vuole migliorare. Sono un’attivista in una commissione del CONI che si occupa del tema. Se dovessimo riuscirci giocoforza ci aiuterebbe a trovare una serie di investitori nello sport. Altrimenti sarà difficile per noi colmare il gap.

Le  scuole anglosassoni, dopo i 18 anni, sopperiscono molto all’attività di formazione al posto delle società, oltre ad avere un altro vantaggio rispetto alla nostra, cioè che diplomandosi a 18 anni e andando all’università hanno la possibilità di fare più attività perché la fanno a tempo pieno in università, mentre i nostri ragazzi devono ancora diplomarsi”

La sua idea era anche quella di rilanciare il Campionato d’Eccellenza, nel quale vediamo veramente poco pubblico

“Verrà deliberato che i giocatori che escono dalle Accademie fino all’Under20 dovranno fare 2 anni nell’Eccellenza per crescere ulteriormente, finire di formarsi e migliorare così le loro qualità. Quando noi nel campionato d’Eccellenza riusciremo ad avere lo stesso livello di pubblico dei campionati interni francesi, o inglesi avremo anche le stesse performance, ma portare più pubblico non è semplice.

Questo è un momento dello sport italiano nel quale non è facile portare pubblico allo stadio, potrei dire che dovremmo mettere in atto delle azioni di marketing mirato ma non sarà comunque facile. E’ una sfida difficile, noi siamo cresciuti molto per ciò che è realtivo ai diritti televisivi, e alla trasmissione in chiaro dei match ma il “pubblico” c’è la solo per la nazionale che ha avuto l’intuizione di legare la partita all’evento.

Il pubblico non va a vedere la nazionale solo per la partita ma perché ha la possibilità di andare in un contesto tranquillo, nel quale la gente si vuole bene e sta bene dalla mattina alle 10 alla sera alle 10. E’ una sfida grandissima, ma non so se riusciremo a combatterla perché non dovrebbe essere solo la Federazione, non dovrebbe essere questo il compito federale, però ci proveremo”

I risultati della Nazionale maggiore inferiori rispetto alle aspettative. Non pensa che con una base allargata della competizione l’Italia avrebbe da guadagnarci? La possibilità di fare dei match con delle nazioni tipo la Georgia, la Romania, comunque di Tier2, non sarebbe vantaggioso?

“Penso che giocare delle partite con delle squadre di Tier2 ci porterebbe ad una posizione nel ranking mondiale superiore, ma posso rispondere solo con la mia esperienza cioè che giocando con i più bravi si cresce.

Faccio un esempio, vengo da un club che è andato per la prima volta in Serie A nell’82, ed ho sempre pensato che la sfida con le società migliori d’Italia come Treviso, Padova, Rovigo… potesse essere un motivo di crescita. Dopo aver sofferto molto negli anni '80 e '90, dal 2000 in poi la squadra è sempre stata una delle prime 3 o 4 del panorama italiano anche se Calvisano è un paesino da 8.000 persone.

Non ho una medicina per tutto, ma la mia esperienza dice che solo giocando con i più bravi, nonostante si soffra e fatichi di più, si creano le condizioni migliori per poter progredire. Poi si dovrebbero alternare match con squadre  di Tier1 e di Tier2 ma, ovviamente, i calendari li decide World Rugby”.

 

Foto Elena Barbini