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Abbiamo fatto una lunga intervista con Marzio Innocenti, presidente del Comitato Regionale Veneto ed ex capitano della Nazionale Italiana di rugby, portavoce del Comitato Operativo Pronti al Cambiamento che è sceso in campo a inizio febbraio in vista delle elezioni Federali d'autunno. I temi trattati sono stati molti ed articolati, dallo stato del rugby italiano, al modo nel quale ci si è arrivati e alla possibili soluzioni per migliorare la situazione. Progetto completamente in antitesi alle scelte effettuate dalla Federazione.

 

La nazionale italiana di rugby è lo strumento che “tira” di più ora. Il Progetto “Pronti al Cambiamento” vorrebbe riportare il punto focale sui club, che però stanno facendo parecchia fatica. Se andiamo su un campo di Eccellenza o di Serie A pubblico se ne vede ben poco, cosa che si aggancia al momento economico attuale, caratterizzato da scarsità di risorse e difficoltà nel reperire gli sponsor. Un po’ lo stesso discorso lo possiamo fare anche per le franchigie. Quale sarebbe la via per arrivare ad un’inversione di tendenza?

“La via secondo noi è solo apparentemente difficile, perché in realtà è invece molto semplice. In Italia abbiamo fatto un errore madornale, cioè quello di dividere in compartimenti stagni o che poco si rapportano tra loro le varie componenti del nostro rugby.

Come del resto in tutti i paesi del mondo, anche da noi esiste una grandissima base dilettantistica e un piccolo vertice professionistico, solo che qui da noi abbiamo sempre pensato che le due cose fossero in antitesi, che fossero cioè due mondi completamente diversi. In realtà, come dimostrato nei fatti anche da paesi rugbysticamente più evoluti del nostro, la base dilettantistica è l’elemento primario e fondamentale per mantenere il nostro rugby.

Mi spiego: quando ragioniamo di rugby, non ragioniamo semplicemente di uno sport importante perché bello o ben giocato, ma di uno sport che ha una valenza sociale alta, che ha dei valori di un certo tipo, in grado di far stare insieme molte persone in un ambiente che stimola sia la crescita sportiva che quella umana.

Il vertice professionistico è molto piccolo, visto che si calcola che i professionisti nel rugby siano l’8% della totalità, ma questo vertice si alimenta giocoforza di atleti formati per l’alto livello, e non c’è altro modo di costruirli se non dalla base, che è costituita dalle società.

La Federazione negli ultimi anni ha voluto nazionalizzare la formazione dei giocatori e dei tecnici, e tristemente i risultati sono sotto l’occhio di tutti. Secondo noi sono modesti.

Riportare i club al centro della progettualità federale vuol dire stimolare gli stessi club a fare il lavoro che hanno sempre fatto, cioè reclutamento e formazione fino al momento in cui il ragazzo decide se nella sua vita vuol fare il giocatore di rugby professionista, piuttosto che invece investire su un percorso “normale” continuando a giocare a livello dilettantistico, basso o alto che sia.

Noi vogliamo che le società tornino ad occuparsi di tutti questi giocatori, e che la Federazione torni invece ad occuparsi direttamente di quella fascia che innanzitutto abbia le possibilità - ma anche la volontà - di fare il salto nel rugby professionistico, proseguendo di conseguenza nelle franchigie, che al momento sono la nostra unica espressione di professionismo, da valutare se eventualmente integrabili con altri tipi di soluzione.

Le società italiane, tutte, da quella di Serie C a quella di Eccellenza, sono in questo momento esautorate da questo compito di formazione, perché sono state ridotte a meri organi reclutatori. Tra Accademie e Centri di Formazione, fin dall’età di 14 anni i giocatori vengono di fatto sottratti alla gestione delle società per essere inseriti in questo circuito federale che dovrebbe nelle intenzioni portarli all’altissimo livello, i cui criteri di selezioni sono però decisamente discutibili  e che come conseguenza producono un numero elevato di ragazzi “scartati”, che tornano alle loro società duramente segnati nella motivazione e nell’autostima, con il rischio concreto di vederli sparire”.

 

Sui Centri di Formazione e sulle Accademie sono stati fatti investimenti importanti. La domanda è: come faremmo a non buttare via questi investimenti? I soldi ormai sono stati spesi…

“Il punto vero è riallocare le risorse, perché in verità è stata fatta un’attività: ad esempio, nei Centri di Formazione sono stati usati dei soldi per pagare dei tecnici che certamente non spariscono, altri sono stati spesi investendo in strutture che rimangono alle società. Pensa solo che alle società che fanno i CdF vanno 600 euro a settimana, ma che dai tre allenamenti previsti nel progetto siamo passati ad un solo allenamento a settimana, in pratica le società hanno un ritorno di 600 euro ad allenamento per affittare il loro campo. E’ evidente che vi sono modi diversi e migliori per valorizzare in queste risorse.

Sulle Accademie sono stati fatti degli investimenti molto importanti, e ti cito un esempio: dovesse venire chiusa quella di Milano, il campo in sintetico - realizzato in toto a spese della Federazione con misure non regolamentari e quindi non omologabile per problemi di superficie insufficiente - rimarrà di proprietà dell’istituto religioso che la ospita. Questi investimenti sono purtroppo investimenti a perdere, anche se è chiaro che poi si vedrà come recuperarli almeno in parte.

In generale ti confermo quindi che il punto fondamentale è quello di riallocare le risorse. Allo stato attuale si spendono dai 5 milioni ai 5,5 milioni di euro l’anno per il sistema di Accademie e Centri di Formazione: solo nel mio territorio, in Veneto, vengono spesi circa 250.000 Euro. Potendo utilizzare queste risorse per rafforzare l’attività di formazione in capo al Comitato Regionale, con delega alla selezione fino ai 18 anni ed un sostegno concreto alle società dal punto di vista tecnico, tutti noi siamo convinti al 100% che la resa di tale investimento sarebbe molto più alta!

La cosa fondamentale sono i formatori: un ragazzo non diventa forte perché gioca in quella società piuttosto che in quell’altra, o perché gioca frequentando un collegio, ma perché chi l’ha preso in carico e gli insegna sa come tirare fuori il massimo delle sue qualità. Oggettivamente, che un ragazzo torni a casa a dormire, che frequenti i suoi compagni di squadra, che si confronti in un campionato federale piuttosto che in un ambito di sole selezioni interregionali, non impedisce la sua crescita, anzi penso la migliori. Quelli che vivono la vita d’Accademia non ritengo vivano propriamente una vita delle migliori, e questo lasciando per il momento da parte tutta l’incidenza della formazione scolastica, capitolo delicatissimo da affrontare con estrema attenzione”.

 

La guida tecnica del movimento ha prodotto dei risultati che in molti non reputano soddisfacenti.

“A riguardo ci sono dati ben precisi: a livello giovanile abbiamo elementi confrontabili sulle selezioni Under 17 e Under 18, che nei paesi anglosassoni così come in Francia sono selezioni di preparazione spesso impostate a livello territoriale e non su base nazionale. Sono delle selezioni importanti, ma non così fondamentali per questi movimenti, perché le uniche veramente importanti sono le selezioni Under 20 e, ovviamente, la Nazionale maggiore.

Bene, sulle Under 17 e 18 noi italiani abbiamo una media di vittorie del 30% e del 40%, ma proprio quella Under 18 che ora è passata a competere nel Sei Nazioni di categoria non ha certamente fatto molto bene. Se andiamo a leggere i dati degli ultimi sei anni del Sei Nazioni U20, l’Italia ha perso 24 partite, vinte 2 e pareggiata 1. Se poi aggiungiamo il Torneo di quest’anno, siamo a 29 perse, 2 vinte e 1 pareggiata, il che equivale al 6/7% di risultati positivi, un dato che è inequivocabilmente negativo.

Lo stesso discorso vale anche per la Nazionale maggiore: quest’anno abbiamo rischiato di vincere con la Francia con un drop, ma non l’abbiamo fatto e poi il resto è andato come ben sappiamo tutti. Vogliamo parlare di Coppe? I nostri club in Europa hanno fin qui collezionato 12 vittorie e 124 sconfitte, e non serve dire altro. Insomma, se lasciamo la parola ai numeri non c’è proprio storia, se poi invece vogliamo dire che si può sperare in qualcosa di meglio, la risposta è ovviamente sì”.

 

Secondo Pronti al Cambiamento, quindi, la direzione per invertire questa rotta negativa è quella di far tornare il fulcro della formazione nei club. Dal 1995 ad ora, di fatto, si sono sovrapposte una serie di problematiche ed abbiamo perso il treno del professionismo, perché tutto sommato non siamo professionisti e/o il gap con i movimenti professionistici è aumentato anno per anno. La Federazione ha elaborato una strategia per elevare il livello tecnico del rugby italiano, cosa che, stando a questi dati - tranne qualche rara eccezione - non è ancora avvenuto. Per riallineare, per modificare questa impostazione tecnica, cosa faresti?

“Innanzitutto prendere atto del fatto che questa strada è sbagliata e di conseguenza abbandonarla, non aumentare il carico dicendo che il progetto è di portare le Accademie a 15 e i CdF a 50.

Uno dei problemi fondamentali del rugby italiano è che non abbiamo mai voluto affrontare con obiettività e in maniera oggettiva la nostra situazione. Questo da sempre, anche nel passato, ma l’attuale dirigenza ha portato questo atteggiamento ai livelli massimi.

Quando uno ti dice che dal Mondiale ad oggi abbiamo ridotto il gap rispetto alle squadre più forti, ciò significa non voler ammettere la realtà, il che rappresenta un pericolo gravissimo. Sono 30 anni che faccio il medico, e i pazienti che ho perduto sono stati quelli che rifiutavano di prendere coscienza della propria situazione.

Il rugby italiano è un paziente malato, e lo ripeto, il peggior paziente è quello che non vuol capire la sua situazione e che si ostina a convincersi che non è malato. Il problema non è tanto la gravità della situazione, quanto l’approccio ad una situazione grave”.

 

Qual è il rapporto fra te e Gavazzi?

“Con lui ho un rapporto di conoscenza, eravamo in Consiglio Federale assieme nel 2000. Non lo conosco approfonditamente, è una persona come tante di quelle che girano nel rugby. Non ho alcun motivo di avere qualcosa di personale con Gavazzi, sto parlando di progetti e di programmi, e non mi piace nulla di quello che lui ritiene importante per il rugby italiano. Non sono focalizzato sulla persona, ma su quanto realizzato nel suo mandato sino ad ora. Non sono d’accordo sulla sua politica, perché credo stia impegnando tutto il movimento in situazioni che porteranno a danni importanti, e su questo io non ho assolutamente intenzione di dire che va bene così.

In merito alle sue considerazioni rispetto al fatto che non ho mai fondato né gestito un club, mi pare che Gavazzi si comporti un po’ come facevano i francesi, che quando si rendevano conto di poter perdere reagivano buttandola in rissa. Per quanto mi riguarda, io non reagirò mai a nessun attacco personale”.

 

Vicenda Zebre

“Non ho elementi così approfonditi per esprimermi, ma per quanto posso vedere ci sono continui cambiamenti di panorama. La situazione di difficoltà è evidentissima, ed è principalmente di natura economica, questa almeno è l’idea che mi sono fatto da esterno. I soldi poi, chi ce li mette, e chi li gestisce? Infine, c’è anche un problema di leadership, vale a dire: chi comanda? Perché la società è partecipata in maniera importante dalla Federazione, ma da esterno, ripeto, credo sia davvero difficile capire chi decide”.

 

Tornando a Pronti al Cambiamento, chi sarà il candidato alla Presidenza?

“Se la domanda è quella che intuisco, la risposta è si, ho dato la mia disponibilità, ma non sono l’unico candidato. In questa fase vi sono diverse valutazioni in corso, e in ogni caso la decisione sarà espressa dal comitato in forma condivisa. La cosa che però dev’essere chiara è una, fondamentale: non stiamo lavorando per eleggere una persona, ma un progetto innovativo in grado di risollevare il rugby italiano. Inseguire le stesse logiche di tipo personalistico adottate negli ultimi vent’anni non ci interessa, perché su questa base il rischio di sentirsi depositario unico delle decisioni da prendere per tutto il rugby italiano è praticamente inevitabile, e se è vero che all’inizio della gestione Dondi la cosa ha dato dei risultati, è altrettanto vero che alla lunga ci ha portato a doverci confrontare con una situazione che adesso è davvero molto difficile.

Quattro anni fa il tentativo di creare un cartello elettorale per portare Amerino Zatta alla presidenza non ha prodotto il risultato sperato, ma il nucleo di quella coalizione non si è sciolto come neve al sole, tutt’altro.

Quell’esperienza ci ha permesso di capire che un progetto così di ampio respiro poteva e doveva partire dal senso di appartenenza a radici comuni, ma contemporaneamente ci ha anche insegnato che ritenere di poterlo fondare sul solo appoggio dei club veneti era e rimane un errore, tenuto poi conto che in tutta onestà i club veneti, storicamente, non hanno mai saputo fare coalizione attorno ad un progetto elettorale.

Fuori da un contesto elettorale, i Dogi costituiscono in questo senso un inizio di percorso in termini di coordinamento e di organizzazione, anche se c’è molta strada da fare per arrivare a renderli efficaci e operativi, ma di fatto oggi c’è una larghissima maggioranza di società venete che finalmente rema nella stessa direzione.

Questa presa di coscienza del fatto che il Veneto da solo non sarebbe andato da nessuna parte ha reso stringente la necessità di aprirsi agli altri ed evidente l’opportunità di arricchirsi attraverso il confronto con gli altri, quindi molto umilmente abbiamo cominciato ad andare in giro per l’Italia sostenendo l’idea che è giunto il momento di cambiare le cose attraverso la costruzione di un progetto condiviso.

Oggi nel nostro gruppo vi sono rappresentanti di dieci regioni, destinate a crescere dal momento che non siamo ancora riusciti ad andare da tutti. Il programma del comitato è sul sito, e tutti possono condividerlo”.

 

Un giudizio sul Sei Nazioni?

“Sono convinto che, in particolare negli ultimi anni, la Nazionale italiana abbia fatto cose che sono enormemente superiori al reale valore del movimento di cui è espressione. A questi ragazzi bisogna riconoscere che nonostante abbiano perso tanto, i risultati sono comunque stati fin qui superiori a quanto il nostro rugby avrebbe ragionevolmente potuto conseguire, perché battere la Scozia a Edinburgo, o vincere una partita ogni tanto e bene o male giocarsela quasi con tutti è esclusivo merito dei ragazzi e di chi lavora sul campo, del loro metterci davvero più di quanto il sistema permetta loro di fare.

Su questo Torneo che giudizio vogliamo dare, a parte il fatto che i giocatori si rompono uno dopo l’altro?  Evidentemente, giocano tutti ai limiti delle loro capacità fisiche. Abbiamo rischiato seriamente di vincere la partita contro la Francia, il che sarebbe stato un risultato incredibile, però purtroppo è andata male e questo ha incanalato tutto il Sei Nazioni in maniera negativa, perché poi anche con l’Inghilterra è sembrato di vedere il gatto che gioca con il topo ed aspetta solo che il topo si fermi per mangiarselo.

La partita con la Scozia fotografa quell’incapacità di prendere coscienza della propria situazione di cui si parlava prima: mettendo a confronto l’ultimo anno e mezzo di Scozia e Italia non si poteva certo pensare di avere solide possibilità di vincere, ci si poteva provare ma quella certa sicurezza fatta passare da alcuni era del tutto fuori luogo, perché perdere stava invece nell’ordine naturale delle cose e il contraccolpo psicologico ti porta poi a prendere 60 punti con l’Irlanda - che francamente mi è sembrata la squadra peggiore del lotto - e 70 con il Galles, cosa che da tifoso innamorato di quella maglia prima, e da ex capitano poi, mi ha fatto particolarmente male”.

 

Foto Elena Barbini