1 mese fa|2 mesi fa 28/12/2018 21:54

Il meglio del rugby in questo 2018 [VIDEO]

La Top10 e i video del meglio di questo 2018 rugbystico

Il 2018 volge al termine, un altro anno ovale se ne va. Dei buoni propositi a cui si auspicava sul finire del 2017 alcuni si sono realizzati, altri restano ancora nei sogni; degli esperti del settore, coloro che ci mettono la faccia (da O’Shea ai dirigenti FIR), quelli che ci buttano il sangue (i giocatori) e quelli che ci perdono la voce durante le partite (tifosi e giornalisti).

Eppure nella nostra Top delle migliori cose di quest anno ovale un po' di Italia l’abbiamo vista, e tra sgomitate varie siamo riusciti a mostrare ai leader di Ovalia che questo sport sappiamo giocarlo anche noi. Ma procediamo con ordine

 

1 – Gli All Blacks: leviamoceli subito di torno… ma in senso buono. Perché nonostante un “Movember” fiacco la Nuova Zelanda continua a dimostrare di essere sul pezzo. Lo schianto per 3-66 a Roma ha dimostrato che loro restano i migliori al mondo, temerari e perennemente insoddisfatti. Sempre, giocano per vincere… come se non avessero mai vinto, chiudendo il 2018 con 12 successi e due sconfitte.

2 – Scozia e Galles: tra le migliori europee in assoluto. La Scozia favolosa. Sono ormai cinque anni che ha preso un ritmo selvaggio che nessuno riesce a spezzare; il Galles incespica spesso ma riesce sempre a ritrovare la sua strada. Qui i momenti migliori di queste due nazionali. Per la Scozia una dedica speciale: gli ultimi minuti della sfida contro l'Inghilterra a Murrayfield, con i 67,000 che cantano "Flower of Scotland". 

3 – Irlanda, Jonny Sexton e Joe Schmidt: Una squadra valida, un leader brillante, un allenatore di cuore. I Verdi hanno costruito un vivaio inesauribile. Sono gli All Blacks d’Europa. Si diceva: “come fanno in Nuova Zelanda a tirar fuori una squadra così con 4.5 milioni di abitanti?” Vale lo stesso per la Terra Verde (che ha la medesima popolazione). Poi c’è Sexton, 33 anni, che finalmente ha spezzato la catena di neozelandesi strapremiati da World Rugby negli ultimi cinque anni. Lui è il migliore al mondo, un mediano intelligente, astuto, brillante, coraggioso… che altro dire. E infine, ma non per ultimo, il fautore di questa rinascita. Joe Schmidt, un allenatore silente, umile. Professore di letteratura in Nuova Zelanda, un padre di famiglia esemplare (sempre accanto al figlio, sofferente di epilessia). Ha abbracciato l’Irlanda come nazionale… e come nazione (ottenendo la cittadinanza). L’esatto opposto di un certo Eddie Jones… che due Sei Nazioni li ha vinti a suon di urla, si, ma uscendo bastonato negli scontri con Schmidt (13-9 nel 2017, 24-15 nel 2018). E i numeri parlano chiaro: l’Irlanda di Schmidt ha vinto 46 test su 62 partite; 15 sconfitte e un pareggio. Tre Sei Nazioni vinti (2014,2015,2018).

4 – USA Seven: Le Eagles procedono lentamente nel rugby union, ma sono delle stelle nel rugby seven. Gli americani sono dei fenomeni della disciplina. Durante la RWC7s di San Francisco gli States si sono fermati al 5° posto, un vero peccato visto l’ottimo risultato alle World Series: 6° posto in classifica generale, vittoria del Las Vegas Sevens 2018 (dove battono Fiji in semifinale) e vittoria sugli All Blacks al Canada Sevens.

5 – Benetton: Undici vittorie in Pro14 la scorsa stagione, l’8° squadra del campionato. Un inizio stagione eccellente lo scorso agosto con la vittoria sui Dragons, 4 successi e 4° posto nella Conference B. Primo posto nel girone 5 della Challenge Cup dopo il successo sugli Harlequins. La Benetton sembra essere uscita dalla crisi. Propulsori della squadra sicuramente elementi del calibro di Hayward, Monty Ioane e Hame Faiva, ma anche giocatori del vivaio italiano come Luca Sperandio, Marco Barbini e Federico Ruzza. Qui lo storico successo sul campo del Leinster a Dublino.

6 – Italia U20: Il Sei Nazioni U20 non è mai stato così emozionante, più della sua versione ufficiale. Probabilmente per il prossimo anno c’è da attendere più gli Azzurrini che non la Nazionale Maggiore. La squadra di Fabio Roselli ha chiuso il torneo con due successi su Galles e Scozia, una partita epica con l’Irlanda (persa 38-34 giocando in 14 per 70 minuti) e un’altra sconfitta onorevole contro l’Inghilterra. Unico stop la batosta subita contro la Francia, campione del Mondo U20. E a proposito di Mondiale, in Francia gli Azzurri chiudono il torneo all’8° posto (come nel 2017). Le uniche vittorie arrivano contro Scozia e Argentina, con Giovanni D’Onofrio Top Try Scorer del Mondiale giovanile (6 mete, a pari merito con il sudafricano Wandisile Simelane).

7 – Matteo Minozzi, Tommaso Allan, Jake Polledri e Michele Campagnaro: i nostri talenti, gli unici che riescono a tenere botta a livello internazionale. Con loro buone le prove di giocatori come Tito Tebaldi, Simone Ferrari e Dean Budd aspettando il ritorno di Giovanni Licata e Renato Giammarioli; ma il divario resta ampio, la coperta è corta, e quattro elementi non possono fare la differenza contro movimenti che possono contare su un vivaio vastissimo e sempre in crescita.

8 – Italia Femminile: le ragazze continuano a fare progressi. Che dire, il rugby “è donna” in Italia… Il Sei Nazioni 2018 ha visto le Azzurre chiudere al 4° posto (risultato fisso per le italiane) con due vittorie (22-15 contro il Galles, 26-12 contro la Scozia). Poi i test match autunnali dove le ragazze di Di Giandomenico hanno brillato: 38-0 contro la Scozia a Calvisano, 35-10 contro il Sudafrica a Prato. Soddisfazione del nostro rugby: 7° posto nel Ranking Mondiale, davanti a Spagna, Irlanda e Scozia e alle spalle dell’Australia.

9 - Black Ferns Sevens: la miglior compagine del rugby seven femminile a livello globale. Campionesse del mondo a San Francisco, medaglia d’oro ai Commonwealth Games, secondo posto alle Women’s Sevens World Series 2018.

10- Jaguares: …e quindi l’Argentina, dal momento che la franchigia del Super Rugby è composta dall’organico dei Pumas. Lo scorso luglio gli argentini hanno agganciato lo storico traguardo dei quarti di finale del campionato, due storici successi in Nuova Zelanda contro Blues e Chiefs, a dimostrazione che il movimento dei latino-americani è in perenne crescita.

 

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