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Dando un’occhiata anche solo un poco superficiale, o anche volendo provare ad azzardare analisi più complesse e complicate servendosi di indicatori numerici e statistici sulle prestazioni fornite, è difficile, a un passo dalla metà della stagione regolare e a pochi giorni dalla fine dell’anno di grazia 2017, sostenere che l’edizione in corso del nostro massimo campionato domestico sia, sia stata o sarà diversa da quella dell’anno che l’ha preceduta. Anche nell’esito finale, prevedo, con annesso accoppiamento del match tricolore per lo scudetto. Fuor di arzigogolo, e di frasi eccessivamente lunghe, che non sono mai state il mio forte e che poco mi piacciono: lo scudetto 2018 sarà di Calvisano al 90 per cento, che lo negherà al Rovigo (80 per cento) o al Petrarca (20 per cento). L’unico verdetto incerto, non solo sulla scorta di quanto visto nelle prime 9 giornate, ma anche sulla base delle analisi di previsione fatte a inizio stagione, riguarda la quarta formazione che avrà accesso ai play off. Quesito sul quale un poco mi soffermo, per dire che tra Fiamme Oro, Viadana e San Donà, io punto su San Donà. E non solo perché ci ho giocato (quando Pivetta aveva vent’anni, Torresan 18, Gacomel, che ancora non arbitrava, era un centro di quelli veri, in mediana c’erano Franceschini e Ravazzi, il n.8 era quello degli All Blacks e in seconda linea giocava Bobby Murtagh), e tanto meno per una questione etnica di appartenenza o di origine (io sono nato in riva al Sile), ma perché l’ho visto giocare e ritengo che, a ranghi completi, sia superiore ai poliziotti e ai gialloneri mantovani. Certo, se questi ultimi potessero disporre ancora di Ormson… Ma non è così, purtroppo per loro. Detto del 60 per cento delle partecipanti, il resto del lotto, eccezion fatta per i Medicei di paròn Pasquale Presutti da Trasacco che promettono di chiudere la stagione con una ventina buona di punti in classifica, resta il trio Reggio – Lazio – Mogliano, che dalla Befana in poi si trascinerà, più o meno stancamente, verso l’epilogo, nulla avendo da temere dai risultati del campo stante la decisione (scellerata, secondo alcuni) di cancellare la retrocessione. Lo faranno, nell’ordine: i reggiani programmando un 2018 meno pretenzioso e azzardato (l’idea di formare una squadra espressione del territorio regionale è da standing ovation, ma se i risultati sono quelli visti in campo, forse qualche iniezione di “foresti” non farebbe male), i capitolini continuando a praticare il loro rugby vagamente goliardico all’insegna della continua ricerca del bonus offensivo (che finora poco ha portato) e Mogliano cercando di impedire l’esodo di massa che molti hanno vaticinato all’indomani del “bambole non c’è una lira” lanciato, peraltro responsabilmente, dalla dirigenza a un mese da Natale.

Sul livello tecnico del campionato preferisco non esprimermi, dal momento che esso poco si discosta da quelle esibito nelle precedenti annate. Però un dato merita di essere considerato e positivamente valutato: il tempo effettivo di gioco tende a salire, andandosi a situare (quasi) stabilmente nei dintorni dei 30’, spesso superandoli. Conosco l’obiezione e la condivido: la durata delle sequenze non produce in automatico l’efficacia delle stesse. Muovere la palla da “davanti alla difesa” a “dentro la difesa” per tornare regolarmente “davanti” ad essa dopo un punto d’incontro che poco o niente produce in termini di avanzamento e di squilibrio sul dispositivo avversario è poco più che un esercizio ginnico, se non proprio un’elaborazione ai confini della coreografia. Però veniamo da un rugby che, per insipienza organizzativa, povertà esecutiva e inadeguatezza fisico-atletica, faticava a superare i 18 – 20 minuti di tempo effettivo. Prendiamone atto e collochiamo il dato nella colonna delle cose buone. Dove, a ben guardare, troviamo poco altro ancora, fra cui la buona qualità di alcuni “nuovi” fischietti e l’opera meritoria di Rugby Channel (bravo Scialpi, tieni duro!). Del pubblico (leggasi: della mancanza di) sarebbe bello non parlare. Forse persino giusto. Anche perché, ogni volta che mi è capitato di affrontare l’argomento, mi sono sorbito una serie infinita di osservazioni e di precisazioni, che finivano tutti con l’italianissimo “la colpa è a monte”. Locuzione davanti alla quale ho deciso, da qualche decennio, di alzare le mani e arrendermi.

Altro, del genere “conclusioni” o “morale della storia” non c’è, se non l’augurio di un 2018 il più possibile felice, al seguito di un campionato che non sarà la versione italiana del Top 14 o della Premiership (ma va?) e che alla voce “problemi da risolvere o quantomeno da affrontare” esibisce elenchi drammaticamente lunghi e articolati. Ma che, come avrebbe dottamente argomentato Monsieur La Palice “è l’unico di cui al momento disponiamo e in attesa che ce ne arrivi in dono uno di molto diverso e migliore, sarebbe il caso di tenersi il più ben stretto possibile” e di trattare bene, come si fa con le cose care. 

 

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Foto Alfio Guarise